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Voluntary disclosure bis con "poco"più appeal

Alcune novità in materia di Voluntary disclosure bis sono contenute nella legge di conversione del DL 50 del 24 aprile 2017 cosiddetta Manovra bis (Legge 21 giugno 2017, n. 96 GU n.144 del 23-6-2017). Le stesse vanno a correggere la previgente disciplina allo scopo di migliorarne l’appeal. Le modifiche non appaiono sufficienti a sbloccare la nuova procedura che resta al palo e non sembra destinata a ripetere il successo della Voluntary 1.0.

 

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Le novità introdotte dalla citata legge di conversione in materia di collaborazione volontaria intervengono sulle questioni inerenti: 

(i) il riconoscimento del credito per le imposte estere 

(ii) la semplificazione degli adempimenti per le annualità successiva alle VD, 2016 e 2017 

(iii) il meccanismo delle sanzioni in sede di autoliquidazione. 

 

La prima novità riguarda la possibilità di beneficiare del credito per le imposte pagate all’estero indipendentemente dalla indicazione dei redditi prodotti all’estero nella dichiarazione presentata in deroga al disposto di cui all’art. 165, comma 8, del TUIR. 

La modifica è certamente interessante ma sembra avere una portata assai limitata. 

In primo luogo perché è espressamente limitata alle categorie dei redditi di lavoro autonomo e dei redditi di lavoro dipendente e assimilati. In secondo luogo perché la norma in oggetto deve essere poi confrontata con le disposizioni “sovraordinate” contenute nelle convenzioni contro le doppie imposizioni. 

Per il primo profilo si osserva come appaia inspiegabile, stanti le finalità ed il naturale contesto della proceduta di VD, la mancata estensione della deroga su menzionata anche alle altre categorie reddituali quali i redditi di impresa, i redditi di capitale e i redditi diversi (di natura finanziaria) e tra questi anche della c.d. euro-ritenuta.

Per il secondo aspetto si osserva che, sul piano della rilevanza pratica, la modifica sembra essere destinata ad incidere esclusivamente nelle ipotesi in cui non è possibile rimediare alla mancata indicazione dei redditi esteri mediante invio di una dichiarazione integrativa (attraverso l’istituto del ravvedimento operoso “lungo” come introdotto dal D. Lgs. 158/2015). Sono i casi in cui ci troviamo di fronte o a una dichiarazione omessa o a periodi di imposta per i quali non è più possibile procedere con l’integrazione della dichiarazione (2011 e 2010) ma per i quali, medio tempore, sono riaperti i termini di accertamento ai fini della VD-Bis. In tali circostanza la menzionata novità sembra effettivamente operante alla luce del previsto “svincolo” del riconoscimento del credito rispetto all’inserimento nella dichiarazione.

Un esempio di operatività della norma potrebbe essere rappresentato dal caso della società con sede in Svizzera il cui amministratore, persona fisica residente in Italia, avesse percepito compensi in relazione al predetto ufficio e, al contempo, non ricorrendo altri presupposti, avesse omesso di presentare la dichiarazione in Italia. In base alla convenzione (art. 16 Convenzione Italia Svizzera) concorrono alla tassazione del reddito in oggetto sia lo Stato dove ha sede la società che lo corrisponde sia lo Stato dove risiede il percettore del reddito. Il credito potrà essere riconosciuto in sede di VD-bis e la novità appare efficace nel senso che, in mancanza della stessa, non sarebbe stato possibile rimediare con l’istituto del ravvedimento operoso. 

In altre ipotesi, di contro, la novità normativa sembra del tutto inoperante. Sono i casi nei quali la tassazione è effettuata dallo Stato del “pagatore” ma, in base alla Convenzione tra i paesi interessati, la potestà impositiva spetta in via esclusiva allo Stato del “percettore”. Un esempio potrebbe essere rappresentato dalla pensione maturata nel settore privato in Svizzera da un soggetto che, avendo poi trasferito la propria residenza in Italia, avesse continuato a percepire la pensione al netto delle imposte trattenute in Svizzera. La stessa Convenzione prevede la tassazione esclusiva nello stato di residenza del percettore (art. 18 Convenzione Italia Svizzera) e, conseguentemente, in tale ipotesi il credito non spetta. E’ evidente come in tale circostanza la novità introdotta è del tutto inoperante in quanto la potestà impositiva spetta in via esclusiva allo Stato della residenza; per evitare la doppia tassazione non resta che procedere con la richiesta di rimborso delle imposte pagate in Svizzera. 

La seconda novità risulta senz’altro apprezzabile prevedendo l’esonero dalla presentazione del quadro RW per le attività estere oggetto di regolarizzazione e con riferimento agli adempimenti 2016 e della frazione del 2017 sino alla presentazione dell’istanza. Altrettanto è previsto, con la legge di conversione del DL 50/2017, anche ai fini dell’IVIE e dell’IVAFE. Vista l’esperienza della Voluntary Disclosure 1.0 dove, in effetti,  si erano prodotti degli accavallamenti tra gli adempimenti ordinari e quelli VD, tale modifica deve essere sicuramente annoverata tra le più importanti ed utili semplificazioni introdotte. 

Infine una terza apprezzabile modifica che incide sul quantum dovuto nell’ipotesi di autoliquidazione riguarda la mitigazione delle sanzioni in caso di errori nel calcolo delle somme dovute.

Come noto, infatti, ai sensi del comma 1, lett. g), dell’art. 5-octies del DL 167/90 nel caso in cui si scelga di procedere all’autoliquidazione di imposte, sanzioni e interessi a fronte di una convenienza nel calcolo delle sanzioni dovute è prevista una penalizzazione nelle ipotesi di insufficiente versamento rilevato dall’ufficio. Detta penalizzazione varia dal 3% al 10% della sanzione applicata in funzione della rilevanza dell’errore:

- la maggiorazione è pari al 3% nei casi in cui il differenziale tra somme già corrisposte e quelle accertate dall’Ufficio sia inferiore al 10% delle somme dovute se afferenti a redditi soggetti ad imposte sostitutive o a ritenute alla fonte a titolo di imposta; oppure sia inferiore al 30% in tutti gli altri casi.

- la maggiorazione è pari al 10% nei casi in cui il differenziale tra somme già corrisposte e quelle accertate dall’Ufficio sia superiore al 10% delle somme dovute se afferenti a redditi soggetti ad imposte sostitutive o a ritenute alla fonte a titolo di imposta; oppure sia superiore al 30% in tutti gli altri casi. 

 

Le maggiorazioni del 3% e del 10%, sulla base del testo convertito del DL 50/2017 e di quanto chiarito dalla Circolare n. 19/E del 12.06.2017, saranno applicabili solo in caso di minor versamento rispetto all’importo autoliquidato e la differenza dovrà essere calcolata su base annua. Infine è prevista una clausola di “salvaguardia” per cui l’importo complessivamente dovuto non potrà comunque eccedere, rispettivamente del 60% o del 85%, l’importo che sarebbe stato dovuto in caso di liquidazione da parte dell’Ufficio. 

Una ulteriore importante precisazione riguarda la circostanza per cui tali maggiorazioni non sono dovute laddove il controllo da parte dell’Ufficio dia luogo ad una riqualificazione giuridica della fattispecie rispetto a quella ipotizzata dal contribuente in sede di autoliquidazione (ad esempio, in caso di erronea applicazione di un’imposta sostitutiva in luogo di imposizione ordinaria). In tal caso l’ufficio ricalcolerà le sanzioni su RW e redditi come per l’ipotesi ordinaria di liquidazione effettuata direttamente da parte dell’Ufficio (in sostanza decadono i benefici dell’autoliquidazione). 

Infine occorre menzionare alcun punti di incertezza che, quanto prima, dovrebbero essere interessati da chiarimenti ufficiali. 

Il primo da segnalare riguarda la questione di alcuni paesi black list che possono non considerarsi tali anche ai fini della voluntary bis: trattasi dei Paesi e stati a fiscalità privilegiata che hanno concluso gli accordi per lo scambio di informazioni con l’Italia dopo il 24 ottobre 2016 (quale il caso di Panama). Un altro aspetto riguarda la questione, mai chiarita, delle violazioni, o presunte violazioni, in tema di obblighi valutari. E, infine, la mancata previsione di forme forfetarie per la regolarizzazione del contante in assenza delle quali l’emersione di tali attività rimane sostanzialmente “al palo”, salvo i rarissimi casi in cui il contesto documentale consentisse una regolarizzazione in condizione di “relativa” certezza (p.e. il caso di scuola della cassetta di sicurezza contenente contante ricollegabile alla sola evasione fiscale ed il cui ultimo accesso fosse antecedente al 31.12.2009). 

 

Accollo dei debiti tributari – una prassi sempre più diffusa

La lentezza dello stato Italiano in materia di crediti fiscali fiscali si sta traducendo in un uso sempre più diffuso dell’istituto dell’accollo dei debiti tributari; il fenomeno vede altresì la diffusione di società specializzate nel fare da intermediari tra debitori e creditori di imposta. 

 

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L’istutito dell’accollo del debito tributario, dopo un lungo periodo di applicazione in assenza di una specifica disciplina, trova oggi una espressa previsione normativa nell’ art. 8, comma 2 Legge 212/2000 (Statuto del contribuente).  L’operazione reca vantaggi sia per il contribuente accollato che per il soggetto accollante. Da una parte, per l’accollante che vanta dei crediti fiscali, la convenienza consiste nella possibilità di monetizzare in tempi brevi tali crediti e sopperire alla lentezza dei rimborsi da parte del sistema; dall’altro lato, il contribuente accollato (debitore d’imposta) ha la possibilità di ottenere uno sconto sulle imposte da versare sulla base della convenzione con il creditore d’imposta.

La questione principale da evidenziare, tuttavia, è che nell’accollo dei debiti fiscali, in deroga alla disciplina generale dell’istitito dell’accollo ai sensi dell’art. 1273 del Codice Civile e per espressa previsione della sopra richimata norma dello statuto del contribuente, non vi è mai la liberazione del debitore principale, ancorché sia intervenuto un accordo in tale senso tra le parti. 

In capo al debitore d’imposta (soggetto accollato) esiste quindi il rischio di non liberarsi dei debiti fiscali e di rimanere obbligato in solido con l’accollante anche laddove, come solitamente succede nella prassi, il pagamento del “corrispettivo” tra le parti sia subordinato al ricevimento della quietanza di pagamento in F24 a mezzo compensazione. 

Rimane quindi il rischio di vedersi contestare anche a distanza di anni il mancato versamento, ad esempio per indebita compensazione, in qualità di soggetto coobbligato in solido. E’ ipotizzabile che il rischio in oggetto possa essere coperto da apposita polizza fideiussoria, dei cui costi, tuttavia, occorrerà tener conto nel valutare la convenienza dell’operazione.

Prima dell’introduzione di tale disposizione la giurisprudenza della Cassazione (sentenza 3608 del 28.03.1995) aveva riconosciuto in via interpretativa l’ammissibilità di tali accordi; di contro parte della dottrina li riteneva illegittimi per possibile contrasto con il principio delle capacità contributiva.

Oggi la legittimatà dell’accollo del debito tributario non è più in discussione tuttavia occorre rilevare come non siano state emanate norme di attuazione per la regolamentazione della materia. In mancanza di una prassi ammnistrativa, sembra doversi considerare il rischio – più o meno accentuato in base alla peculiarità degli accordi tra le parti in causa - che l’operazione possa essere contestata dall’Amministrazione finanziaria per profili elusività, con conseguente disconoscimento dei vantaggi fiscali, in forza della norma sull’abuso del diritto di cui all’art. 10 bis Legge 212/2000 (Statuto del contribuente).  A ben vedere, tuttavia, indipendentemente dagli accordi tra le parti interessate, non può mai essere individuato un profilo di danno per l’erario, che attraverso la compenzazione incassa interamente i propri crediti, mantiene ogni prerogativa di controllo e verifica, e semmai estende la propria garanzia attraverso la responsabilità solidale dei soggetti partecipanti all’accordo. 

 

Nuovi chiarimenti in materia di Trust autodichiarato 

L’Agenzia delle Entrate (Direzione centrale Normativa) ha fornito nuovi chiarimenti in materia di tassazione del trust autodichiarato. In risposta all’interpello n. 954-909-2016 l’Agenzia ha chiarito che nel trust autodichiarato, nel caso di specie istituito dal padre a favore del figlio disabile, si applica la minore tassazione IRES in capo al Trust e non l’Irpef progressiva sulle persone fisiche (disponente o beneficiario).

 

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Come noto, il trust si sostanzia in un rapporto giuridico fondato sul rapporto di fiducia tra disponente (settlor o grantor), che trasferisce, per atto inter vivos o mortis causa, taluni beni o diritti e il trustee il quale li amministra, con i diritti e i poteri di un vero e proprio proprietario, nell’interesse del beneficiario o per uno scopo prestabilito. 

In particolare per trust autodichiarato si intende quello in cui è lo stesso disponente ad essere designato quale trustee; in tal caso il vincolo di destinazione sui beni si forma all’interno dello stesso patrimonio del disponente. 

Tale tipologia di Trust in passato è stato oggetto di censure sia da parte dell’Agenzia (circ 61/E/2010) che della Cassazione (sentenza 3886/2015) che ne contestavano la liceità a causa della coincidenza soggettiva tra disponente e trustee; tale istituto veniva considerato nullo in quanto si prestava ad utilizzi elusivi creando di fatto un mero schermo giuridico tra il disponente e i propri creditori, senza che vi fosse di fatto un reale spossessamento da parte del disponente. 

Tale orientamento nel tempo è stato superato e ora il trust autodichiarato è ammesso dalla prassi e dalla giurisprudenza, specie nelle ipotesi meritevoli di tutela quali, in ambito familiare, quella del genitore che dispone beni in trust a favore del figlio disabile. Sulla tassazione del trust autodichiarato sono stati di recente forniti importanti chiarimenti sia ai fini delle imposte dirette che della tassazione indiretta.

La citata Direzione Centrale Normativa dell’Agenzia delle Entrate chiarisce appunto la tassazione diretta del trust autodichiarato. Si ricorda che l’art. 73, comma 2 Tuir regola la tassazione del Trust distinguendo:

- Trust opachi, in cui i beneficiari non sono individuati, i cui redditi sono tassati direttamente in capo al Trust soggetto IRES

- Trust trasparenti, con beneficiari individuati, i cui redditi sono impèutati per trasparenza e tassati direttamente in capo ai beneficiari

Secondo l’Agenzia il trust autodichiarato è un trust opaco per cui la tassazione deve avvenire in caso al trust stesso con Ires, ora al 24%, e non per trasparanza in capo al disponente e/o beneficiario con l’Irpef progressiva.

Sotto il profilo delle imposte indirette, si ricorda la recente sentenza n. 21614 del 26.10.2016 della Corte di Cassazione che ha affermato che il trasferimento di beni in un Trust autodichiarato non determina l’applicazione dell’imposta di successione e donazione (superando il precedente orientamento Cass. 4482/2016, 3735, 3737 e 3886 del 2015) mentre le imposte di registro ed ipotecarie e catastali sono dovute in misura fissa; la tassazione in misura proporzionale è rinviata al momento in cui si realizzi un reale trasferimento di beni dal trust ai beneficiari effettivi. 

In particolare la Corte parte dall’assunto che l’istituzione di un trust cosiddetto autodichiarato con conferimento di immobili e partecipazioni sociali, con durata predeterminata o fino alla morte del disponente-trustee, va inquadrata nella fattispecie delle liberalità indirette, dato che “per suo mezzo il disponente provvederà a beneficiare i suoi discendenti non direttamente e bensì a mezzo del trustee in esecuzione di un diverso programma negoziale…la costituzione del trust come è normale che avvenga per i vincoli di destinazione, produce soltanto efficacia segregante i beni eventualmente in esso conferiti e questo sia perché degli stessi il trustee non è proprietario bensì amministratore e sia perché i ridetti beni non possono che essere trasferiti ai beneficiari in esecuzione del programma negoziale stabilito per la donazione indiretta”.

La Corte ha così confermato quanto precedentemente già chiarito (Cassazione, sez. trib. n. 25478 del 18.12.2015) in conformità ad un orientamento della giurisprudenza di merito e in netto contrasto con quanto sostenuto dall’Agenzia delle entrate (circ 48/2007 e circ 3/2008) secondo cui il conferimento di beni nel trust andrebbe assoggettato all’imposta sulle successioni e donazioni in misura proporzionale, sia esso disposto mediante testamento o per atto inter vivos; ciò in quanto, secondo le disposizioni stabilite all’art. 2, commi da 47 a 49, del DL n. 262/2006, la costituzione dei vincoli di destinazione è soggetta all’imposta sulle successioni e donazioni. 

IVA e Procedure concorsuali: novità dal 2017

La Legge di Bilancio 2017 all'art. 1, comma 567, lett. d) (Legge n. 232/2016) fa dietrofront sulla disciplina delle variazioni dell’imponibile IVA e della relativa imposta, rispetto a quanto previsto dalla Legge 208/2016, stabilendo che in caso di procedure concorsuali la nota di variazione Iva possa essere emessa solo una volta che sia stata definitivamente accertata l’infruttuosità della procedura. In tal modo si torna di fatto alla più penalizzante disciplina previgente all’intervento della Legge 208/2016 (disposizione di fatto mai entrata in vigore), creando dunque incertezza nei tempi di recupero dell’IVA.

 

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Preliminarmente occorre ricordare che la Legge 28 dicembre 2015, n. 208 (Legge di Stabilità 2016) aveva modificato l’art. 26 DPR 633/72, prevedendo che in caso di procedure concorsuali con inizio dal 1° gennaio 2017 la nota di variazione IVA in diminuzione potesse essere emessa all’apertura della procedura concorsuale, senza dover attendere l’accertamento dell’infruttuosità della stessa ciò che subordinava, nel vigore della norma ante modifiche, l’emissione della nota di variazione in diminuzione al momento in cui poteva essere dimostrata l’effettiva perdita del credito, spesso coincidente con la chiusura della procedura. La nuova disposizione individuava il momento in cui il debitore si considera assoggettato a procedura concorsuale, che variava in base al tipo di procedura. 

Tornando al passato, con la Legge di Bilancio 2017, il legislatore ha abrogato le modifiche di cui sopra prevedendo di nuovo che, in caso di procedure concorsuali, la nota di variazione IVA possa essere emessa solo quando risulti accertata definitivamente l'infruttuosità della procedura:

- in caso di fallimento, una volta scaduto il termine per le osservazioni al piano di riparto o per il reclamo al decreto di chiusura, se manca il piano di riparto. 

- nel concordato preventivo, si fa riferimento non solo al decreto di omologazione del concordato che chiude il concordato ex art. 181 della legge fallimentare, ma anche al momento in cui il debitore adempie gli obblighi assunti nel concordato stesso, con un’evidente differimento dei tempi di recupero; inoltre, in caso di mancato adempimento, qualora venga dichiarato il fallimento del debitore, la rettifica in diminuzione può essere eseguita, solo dopo che il piano di riparto dell'attivo sia divenuto definitivo ovvero, in assenza di un piano, dopo la scadenza del termine per il reclamo avverso il decreto di chiusura del fallimento. 

Sempre in tema di note di variazione IVA, la Legge di Stabilità 2017 ha altresì abrogato la norma di cui al comma 5 dell'art. 26 del DPR 633/1972 che escludeva, in caso di procedure concorsuali, l’obbligo per il cessionario/committente, a fronte della emissione di una nota di variazione in diminuzione da parte della controparte, di registrare la corrispondente variazione in aumento, salvo il suo diritto alla restituzione di quanto pagato a titolo di rivalsa.

Al riguardo, l'Agenzia Entrate (con la circolare n. 8 del 7 aprile 2017 che richiama la risoluzione 155/E/2001) ha chiarito che gli organi della procedura in caso di fallimento e concordato preventivo, conseguentemente alla ricezione della nota in diminuzione IVA, sono tenuti ad annotare nel registro IVA la corrispondente variazione in aumento, con conseguente obbligo di indicare le predette operazioni nella dichiarazione Iva. Tale adempimento, si chiarisce, non determina l'inclusione del relativo credito IVA dell'Amministrazione nel riparto finale, il quale è ormai definitivo, ma ha soltanto lo scopo di evidenziare il credito da parte dall'erario eventualmente esigibile nei confronti del fallito tornato in bonis. Per quanto sopra, non sussistendo quindi alcun debito a carico della procedura, il curatore fallimentare non è tenuto ad ulteriori adempimenti. Si ricorda che l’emissione della nota di credito continua ad essere subordinata alla previa insinuazione allo stato passivo, come chiarito dalla risoluzione 195/E/2008. 

Nuova rivalutazione dei beni d’impresa

Per effetto dell’articolo 1 co. 556 ss. della L. 232/2016 4 del DL 50/2017 (Legge di Stabilità 2017 ) sono stati riaperti i termini per la rivalutazione dei beni d’impresa, da effettuarsi con riferimento al bilancio 2016. L’Agenzia delle Entrate con circolare del 27.4.2017 n. 14 ha fornito alcuni chiarimenti sulla nuova rivalutazione. 

 

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Di seguito si richiamano le principali modalità della rivalutazione 2016, descritte dall’Agenzia nella predetta circolare, segnalando sin da subito lo scarso appeal del normativa nella prospettiva, già a partire dal corrente esercizio, della riduzione dell’IRES al 24%

Infatti si segnala sin da subito che le aliquote dell’imposta sostitutiva non sono cambiate rispetto alle precedenti edizioni: per i soggetti con esercizio sociale coincidente con l’anno solare, la rivalutazione è eseguita nel bilancio al 31.12.2016 con versamento dell’imposta sostitutiva del 16%, per i beni ammortizzabili e del 12%, per i beni non ammortizzabili.

La circolare ha precisato che la nuova rivalutazione non può avere effetto ai soli fini civilistici, e pertanto l’imposta sostitutiva è sempre dovuta.

Alla rivalutazione dei beni d’impresa possono accedere i soggetti che non adottano i principi contabili internazionali nella redazione del bilancio di esercizio, comprese le società di persone, anche in contabilità semplificata, le imprese individuali e i soggetti che fruiscono di regimi semplificati di contabilità.

Sono escluse le persone fisiche esercenti lavoro autonomo, arti e professioni, anche in forma associata, esercenti attività agricola non commerciale, gli enti non commerciali per i beni relativi all’attività non commerciale, i soggetti IAS e i soggetti che determinano il reddito in modo forfettario.

Sotto il profilo oggettivo, possono essere rivalutati ai sensi della L. 232/2016 i beni materiali e immateriali che costituiscono immobilizzazioni, nonché le partecipazioni in imprese controllate e collegate costituenti immobilizzazioni risultanti dall’attivo dello stato patrimoniale del bilancio relativo all’esercizio in corso alla data del 31 dicembre 2015 e in quello successivo. Sono esclusi i beni mobili e immobili alla cui produzione o scambio è diretta l’attività dell’impresa (quali immobili “merce”); possono invece essere rivalutati anche i beni completamente ammortizzati e le immobilizzazioni in corso.

La circolare conferma l’obbligo di rivalutare tutti i beni che fanno parte della medesima categoria omogenea (ad esempio, con riferimento ai beni immobili le categorie omogenee sono rappresentate da a) aree fabbricabili aventi la stessa destinazione urbanistica; b) aree non fabbricabili; c) fabbricati non strumentali; d) fabbricati strumentali per destinazione; e) fabbricati strumentali per natura). Per quanto riguarda i fabbricati strumentali, la circolare 14/2017 precisa che è possibile adeguare distintamente il valore della componente “fabbricato” e della componente “area”, previa valutazione (ad esempio, con perizie) idonea ad assegnare valori oggettivi a ciascuna delle due componenti.

La circolare conferma le tre tecniche distinte di rivalutazione già previste nelle precedenti edizioni:

1. • rivalutazione del solo costo storico;

2. • rivalutazione del costo storico e del fondo di ammortamento;

3. • riduzione del fondo di ammortamento.

Nel primo e nel secondo caso è necessario che il nuovo valore attribuito al bene non ecceda il c.d. “costo di sostituzione”. 

Quanto agli effetti della rivalutazione, i maggiori valori sono riconosciuti a decorrere dal terzo esercizio successivo a quello con riferimento al quale la rivalutazione è eseguita e quindi, dall’esercizio chiuso al 31.12.2019, per i soggetti “solari”, ai fini degli ammortamenti deducibili, della determinazione del plafond delle spese di manutenzione ex art. 102 c. 6 del TUIR e della disciplina delle società non operative. 

Ai fini della determinazione delle plusvalenze e delle minusvalenze l’efficacia è posticipata all’inizio del quarto esercizio successivo a quello nel cui bilancio la rivalutazione è stata eseguita (1.1.2020, per i soggetti solari).

Insieme alla rivalutazione è possibile effettuare l’affrancamento del saldo attivo, previo pagamento di un’imposta del 10% sostitutiva delle imposte sui redditi, dell’IRAP e delle addizionali.

 

Cedolare secca sulle locazioni brevi

L’articolo 4 del DL 50/2017 (“Regime fiscale sulle locazioni brevi”) pubblicato in G.U, il 24 aprile 2017 introduce, a partire dal prossimo 1° giugno 2017, l’applicazione della cedolare secca agli affitti brevi. La disposizione interviene a regolamentare un settore, quello locazioni turistiche, sino ad oggi privo di una disciplina fiscale ad hoc e quindi suscettibile di pratiche di evasione. 

 

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Le “locazioni brevi”, così definite dal punto di vista fiscale se non più lunghe di 30 giorni, non sono soggette a registrazione ed sono altresì escluse dall’applicazione della disciplina speciale sulle locazioni di cui alla legge 431/98 e regolate dal Codice Civile, con pochi e brevi articoli caratterizzati da una certa libertà contrattuale. 

 

La nuova norma (comma 1 dell’articolo 4 del Decreto Legge 50/2017) interviene innanzitutto definendo locazioni brevi “i contratti di locazione di immobili ad uso abitativo di durata non superiore a 30 giorni, ivi inclusi quelli che prevedono la prestazione dei servizi di fornitura di biancheria e pulizia locali, stipulati da persone fisiche, al di fuori dell’esercizio di attività d’impresa, direttamente o tramite soggetti che esercitano attività di intermediazione immobiliare, anche attraverso la gestione di portali online”. Deve dunque trattarsi di locazioni concluse tra soggetti che agiscono al di fuori del regime d’impresa; i contratti possono comprendere servizi accessori che non devono tuttavia eccedere il limite della fornitura di biancheria e pulizia, configurando altrimenti un’attività alberghiera ; possono essere conclusi direttamente dal proprietario o tramite intermediari immobiliari, che agiscono anche attraverso portali web specializzati (ad es. Airbnb).

 

Occorre precisare che in realtà, anche prima di tale intervento normativo per via interpretativa si riteneva la cedolare secca applicabile anche ai contratti di locazione di durata inferiore a trenta giorni nell’anno, per i quali non sussiste l’obbligo di registrazione in termine fisso, come chiarito dalla circolare 26/E/2011. 

 

La nuova disposizione prevede che a decorrere dal prossimo 1° giugno 2017, ai redditi derivanti dai suddetti contratti di locazione breve si applicheranno espressamente le disposizioni di cui all’articolo 3 del D. Lgs. 23/2011 in materia di cedolare secca sugli affitti (tassazione con aliquota al 21 per cento, sostitutiva di irpef, addizionali regionali e comunali e imposta di registro)  mediante, ed è questa la vera novità del provvedimento, l’eventuale meccanismo della ritenuta alla fonte a titolo d’imposta nei casi in cui i corrispettivi della locazione siano gestiti – come nel caso di Airbnb – dal gestore del portale.

 

In ogni caso il proprietario dell’abitazione dovrà esercitare l'opzione per la tassazione con cedolare secca altrimenti la ritenuta operata dal gestore sarà computata a titolo di acconto delle imposte ordinarie da liquidare in sede di dichiarazione.

Un’altra importante novità introdotta dalla nuova norma è rappresenta dalla possibilità di tassare i corrispettivi lordi derivanti dai contratti di sublocazione con la cedolare secca; i redditi in oggetto sono sempre qualificati come redditi diversi (e non redditi fondiari) pur se assoggettati a cedolare. L’opzione è estesa che ai contratti a titolo oneroso conclusi dal comodatario. Resta da chiarire se, come parrebbe dalla lettura delle norma l’imponibile per l’applicazione della cedolare secca sia costituito non solo dai canoni, ma anche dalle spese condominiali rimborsate dall’inquilino, che sono invece esplicitamente escluse dall’imponibile nella locazione “normale”. 

La norma introduce una serie di adempimenti a carico delle agenzie immobiliari o portali web di intermediazione.

 

Innanzitutto gli intermediari dovranno inviare all’Agenzia delle Entrate apposita comunicazione in occasione della stipula di ogni nuovo contratto, pena una sanzione da 250 a 2mila euro (la sanzione è ridotta alla metà se la trasmissione è effettuata nei quindici giorni successivi alla scadenza, o se, nel medesimo termine, è effettuata la trasmissione corretta dei dati); il contenuto di tale comunicazione, le modalità di trasmissione e la loro conservazione dovranno essere stabiliti da apposito provvedimento dell’Agenzia delle Entrate, da emanarsi entro il 25 luglio 2017.

 

Infine gli intermediari dovranno trasmettere ogni anno ai proprietari apposita certificazione con l’indicazione degli importi trattenuti e riversati all’Erario in qualità di sostituti d’imposta.

 

Il Decreto introduce altresì degli obblighi di controllo a carico dell’Agenzia delle Entrate sulle locazioni brevi concluse tramite piattaforme online; a tali fini l’Agenzia delle Entrate stipulerà apposite convenzioni con i soggetti che utilizzano in Italia i marchi di portali di intermediazione online.

 

Nei 90 giorni dall’approvazione del decreto dovrà essere emanato apposito provvedimento dell’Agenzia delle Entrate che stabilisca le disposizioni attuative del Decreto Legge 50/2017 in materia di cedolare secca sulle locazioni brevi.

 

Si auspica che in sede di conversione del DL 50/2017 vengano risolti alcuni problemi interpretativi della norma in esame, tra cui in particolare l’applicabilità della cedolare a tutti i casi in cui, al di fuori dell’attività di impresa, vengano forniti alloggi unitamente a servizi accessori, come avviene ad esempio nel caso dei B&B.

Voluntary bis al test di convenienza 

E’ iniziata la fase di applicazione della c.d. voluntary-bis reintrodotta dall’art. 7 del DL 193/2016 , intitolato “Riapertura dei termini della proceduta di collaborazione volontaria e norme collegate”. 

 

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La “collaborazione volontaria” in oggetto riguarda sia i soggetti che abbiano violato gli obblighi dichiarativi relativi al monitoraggio fiscale disciplinati dal DL n. 167/1990 (le persone fisiche, gli enti non commerciali, le società semplici ed equiparate residenti nel territorio dello stato) sia gli altri soggetti che abbiano commesso violazioni a carattere fiscale non riconducibili ad attività detenute all’estero (società, professionisti, enti commerciali)

Deve essere subito notato che tra la voluntary 1.0 e quella 2.0 il contesto internazionale è ulteriormente evoluto ed assumono sempre maggiore rilevanza gli scambi di informazioni fiscali tra i paesi. 

In particolare con il DM 17 gennaio 2017 il Ministero dell’Economia e della Finanze ha aggiornato la lista degli Stati che forniranno in modo automatico le informazioni fiscali all’Italia (e, viceversa) in merito ai rapporti intrattenuti nel paese straniero da contribuenti residenti in Italia. Tra questi invero sono presenti anche molti paesi con i quali esistono da tempo delle convenzioni contro le doppie imposizioni. La novità consiste tuttavia nel fatto che lo scambio di informazioni operato ai sensi della convenzione avviene con la modalità “su richiesta” mentre il nuovo regime prevede lo scambio in forma “automatica”. 

I contribuenti che intendono accedere alla collaborazione volontaria devono presentare in via telematica entro il 31 luglio 2017 apposita richiesta di accesso alla procedura utilizzando il modello ministeriale. La relativa istanza può essere integrata con le informazioni e i documenti entro il 30 settembre 2017 mentre il termine previsto per l’accertamento da parte degli uffici è del 31 dicembre 2018. 

I contribuenti interessati alla regolarizzazione devono tuttavia effettuare una valutazione di convenienza rispetto alla procedura del ravvedimento operoso lungo introdotto dalla legge di stabilità del 2015 (Dlgs n. 158/2015). Si osserva infatti che il calcolo di convenienza in oggetto – che in certi casi deponeva a vantaggio del ravvedimento già con la voluntary 1.0 -  presenta con voluntary 2.0 ulteriori elementi di valutazione 

Un primo elemento è rappresentato dell’arco temporale da considerare per la sanatoria con voluntary 2.0 che prevede ora, in condizioni normali, sei annualità per i redditi (dal 2010 al 2015) e sette annualità per il monitoraggio (dal 2009 al 2015). Di contro il ravvedimento operoso può essere esteso solo ai periodi ancora accertabili che, in condizioni normali (escluse le ipotesi di dichiarazione omessa o raddoppio dei termini), comprende quattro anni per i redditi (dal 2012 al 2015) e cinque anni per il monitoraggio fiscale (dal 2011 al 2015). Il conteggio delle annualità “scoperte” può essere differente, questa volta a svantaggio del ravvedimento, laddove fossimo in presenza di paesi black list con accordi che in molti casi hanno una validità limitata alla procedura di collaborazione volontaria. 

Un elemento di novità rispetto allo stato dell’arte in sede di voluntary 2.0 è dato dalla maggiore copertura sul piano delle sanzioni penali oggi offerta dal ravvedimento operoso in seguito al Dlgs n. 158/2015 nella parte in cui ha modificato gli art. 13 e 13 bis del Dlgs 74/2000. In particolare è stata introdotta la non punibilità per alcuni reati omissivi (omesso versamento di ritenute, Iva e indebita compensazione) in caso di pagamento del tributo e accessori. Altrettanto è previsto circa l’estinzione dei reati dichiarativi in seguito alla presentazione di ravvedimento operoso prima che sia stata avviata una qualunque attività di verifica. 

La valutazione di convenienza deve infine tenere conto di diversi altri profili quali la presenza di delegati sui conti esteri ( che in sede di voluntary beneficiano della possibilità di conteggiare le sanzioni pro-quota) il computo degli interessi da applicare (interesse legale per il ravvedimento contro il maggior saggio del 3,5% previsto per il caso di collaborazione volontaria), la possibilità di applicare nel ravvedimento la minore sanzione del 90% sui redditi (favore rei), di scomputare eventuali crediti esteri – in tal caso potrà valutarsi un uso congiunto dei due istituti - e, infine, il fatto che la procedura di voluntary 2.0 prevede un termine breve di prescrizione dell’azione accertatrice dell’Agenzia (31.12.2018) mentre in caso di ravvedimento i termini di accertamento sono assai più lunghi essendo previsto il ricomputo facendo riferimento alla data di presentazione dell’integrazione.

 

La Cassazione conferma la natura non abusiva dello Share deal 

 

Con la recente sentenza n. 2054 del 27 gennaio 2017 la Cassazione conferma il recente orientamento della giurisprudenza di merito in materia di applicabilità dell’imposta di registro nelle operazioni di share deal 

Il conferimento di azienda seguito dalla successiva cessione della partecipazione, non deve essere qualificato ai fini delle imposte d’atto (registro) come trasferimento d’azienda, in base al disposto della norma antielusiva in materia di imposta di registro di cui all’art. 20 DPR 131/1986 e può quindi essere tassato in misura fissa.

 

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In antitesi con quanto precedentemente sostenuto (si vedano sentenze n. 8542 del 29.04.2016, n. 5877 del 13 marzo 2014 e n. 15319 del 2013) la Cassazione muta il proprio orientamento sulla presunta natura abusiva, ai fini delle imposte indirette, delle operazioni in oggetto. 

Come noto, tali operazioni risultano appetibili ai fini delle imposte dirette in quanto l’art. 176 Tuir consente il perfezionamento del conferimento d’azienda in regime di neutralità d’imposta e la successiva cessione delle partecipazioni può beneficiare del regime della partecipation exempion se sono rispettate le condizioni previste dall’art. 87 del Tuir.  Si ricorda infatti che al comma 3 dello stesso art. 176 del Tuir è contenuta una norma espressa che prevede la disapplicazione delle disposizioni antielusive. 

La non abusività delle operazioni di share deal, già riconosciuta dalla giurisprudenza di merito, è stata ora accolta anche dalla Suprema Corte la quale, nella citata sentenza 2054/2017, pur non rifacendosi alla nuova norma sull’abuso del diritto di cui all’art. 10bis Legge 212/2000, ha affermato che in ambito tributario, “il divieto di abuso del diritto si traduce in un principio generale antielusivo, il quale preclude al contribuente il conseguimento di vantaggi fiscali ottenuto mediante l’uso distorto, pur se non contrastante con alcuna specifica disposizione di strumenti giuridici idonei ad ottenere un’agevolazione o un risparmio di imposta, in difetto di ragioni economicamente apprezzabili che giustifichino l’operazione, diverse dalla mera aspettativa di quei benefici”.

Secondo la Corte tale principio antiabusivo non si applica “ove quelle operazioni possano spiegarsi altrimenti che con il mero conseguimento di risparmi di imposta” e, in particolare, “il carattere abusivo di un’operazione va escluso quando sia individuabile una compresenza, non marginale, di ragioni extrafiscali”; secondo i giudici, inoltre “la prova sia del disegno elusivo sia delle modalità di manipolazione e di alterazione degli schemi negoziali classici, considerati come irragionevoli in una normale logica di mercato e perseguiti solo per pervenire a quel risultato fiscale, incombe sull’Amministrazione finanziaria, mentre grava sul contribuente l’onere di allegare la esistenza di ragioni economiche alternative o concorrenti che giustifichino operazioni in quel modo strutturate”.

Nel caso di specie, dunque, la Corte ha dunque cassato il ricorso dell’Agenzia secondo cui la cessione di quote doveva essere riqualificata come cessione di ramo di azienda (ai sensi dell’articolo 20 DPR 131/86 TUR), ritenendo invece che il contribuente non abbia posto in essere alcuna operazione antielusiva, bensì abbia realizzato una legittima scelta negoziale.

Infine, secondo la sentenza in commento, la norma di cui all'art. 20 del DPR 131/86, che stabilisce che l’imposta di registro è applicata secondo l’intrinseca natura e gli effetti giuridici degli atti presentati alla registrazione, anche se non vi corrisponde il titolo o la forma apparente, va interpretata non come norma antiabusiva, bensì come norma con funzione esclusivamente interpretativa del singolo atto portato alla registrazione, al fine di individuare l’esatta natura giuridica dell’atto.

Le operazioni di conferimento d’azienda cui fa seguito la cessione delle partecipazioni della conferitaria rientrano nella prassi consolidata degli operatori economici; si tratta di uno “strumento”, in senso lato, spesso preferito per la circolazione dei complessi aziendali, ciò che né conferma la valenza economica nell’ambito delle semplificazioni e/o agevolazioni dei processi di aggregazione tra imprese e gruppi. Inoltre non può essere messa in discussione la validità economica di tali operazioni anche per gli effetti che le stesse producono in termini di semplificazione e continuità sul piano organizzativo e gestionale. Tali semplici osservazioni dovrebbero essere sufficienti perché, alla luce della nuova disposizione antiabuso, le operazioni in commento restino totalmente al riparo da censure non solo ai fini delle imposte dirette ma anche ai fini delle imposte indirette.  

Di converso è solo il caso di ricordare che i benefici descritti per il caso di circolazione delle azienda non si rendono applicabili nel caso in cui le operazioni in commento abbiano ad oggetto singoli beni, quali immobili, o insieme di beni non costituenti autonomi complessi aziendali. 

Novità in materia di tassazione del reddito d’impresa (IRI)

La Legge di Stabilità 2017 (art, 1 commi 547-548, Legge 11.12.2016 n. 232) ha introdotto l'imposta sul reddito d'impresa “IRI”, un regime opzionale di tassazione separata del reddito di imprese individuali e società di persone con decorrenza dall'1.1.2017. 

 

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Le disposizioni di cui al nuovo art. 55-bis del TUIR, prevedono che il regime opzionale di tassazione separata del reddito d'impresa sia applicabile agli imprenditori individuali, alle società in nome collettivo e in accomandita semplice in regime di contabilità ordinaria.

Con la modifica contenuta nella lettera c), dell’articolo 116 del TUIR, la tassazione separata IRI è estesa anche alle società di capitali a ristretta base societaria, sempre come regime opzionale in alternativa a quello della tassazione per trasparenza. 

Dall’IRI rimangono esclusi lavoratori autonomi, professionisti, studi associati e società semplici. Si considerano incluse le società di fatto (esercenti attività commerciali), le società tra professionisti e le società di armamento.

 

In caso di opzione per l’IRI ai fini della tassazione:

• il reddito d'impresa reinvestito nella società, è escluso dalla formazione del reddito complessivo ed assoggettato ad IRI del 24%;

• gli utili prelevati dall’imprenditore, soci e collaboratori, restano imponibili con aliquota progressiva in capo al percipiente come reddito d'impresa.

L'opzione per l'IRI deve essere indicata nella dichiarazione dei redditi, con effetto dal periodo d'imposta cui è riferita la dichiarazione, ha durata pari a cinque periodi d'imposta ed è rinnovabile.

 

La base imponibile IRI è determinata secondo le regole ordinarie in materia di redditi di impresa previste dal TUIR e da essa possono essere dedotti gli utili prelevati, nel limite dell'utile dell'esercizio e delle riserve di utili assoggettate a tassazione IRI negli esercizi precedenti. 

La partecipazione agli utili si presume in proporzione ai conferimenti eseguiti dai soci, salvo la diversa previsione dell’atto costitutivo o di altro atto con data anteriore all’inizio del periodo d’imposta.

Le perdite maturate nei periodi d’imposta di applicazione dell’IRI sono computate in diminuzione del reddito dei periodi d’imposta successivi per l’intero importo che trova capienza in essi senza limite di tempo, né di importo. Il trattamento delle perdite nell’IRI risulta, quindi, più favorevole di quello ordinario sia per le imprese soggette all'IRPEF (perché la deduzione avviene oltre il quinto anno successivo anche per i soggetti che non si trovano nei primi tre anni di attività) che per le società soggette all'IRES (perché non opera, ai fini del riporto, il limite dell'80% del reddito di ciascun esercizio successivo).

All'uscita dal regime, le perdite IRI non ancora utilizzate costituiscono perdite realizzate in contabilità ordinaria e possono esclusivamente andare a compensazione dei redditi d'impresa (in contabilità ordinaria o semplificata); l'eccedenza non può andare a compensazione degli altri redditi, ma deve invece essere riportata agli esercizi successivi, ma non oltre il quinto. A tal fine, occorre considerare l'ultimo anno di permanenza nel regime IRI come anno di maturazione delle stesse. Nel caso di società in nome collettivo e in accomandita semplice tali perdite sono imputate a ciascun socio proporzionalmente alla sua quota di partecipazione agli utili.

 

Le somme prelevate a carico dell’utile dell’esercizio e delle riserve di utili (nei limiti del reddito dell’esercizio e dei periodi d’imposta precedenti assoggettati ad IRI) concorrono integralmente a formare il reddito complessivo dell’imprenditore, dei collaboratori familiari o dei soci come reddito d'impresa con imposizione progressiva in capo al percettore.

Queste disposizioni non si applicano alle somme prelevate a carico delle riserve formate con utili dei periodi di imposta precedenti a quello dal quale ha avuto inizio la tassazione separata con l’aliquota IRI.

Le somme prelevate dalle riserve di utili realizzati prima dell'ingresso nel regime IRI non concorrono alla formazione del reddito imponibile in capo al percettore e non possono essere portate in deduzione dalla base imponibile IRI. Le riserve da cui sono prelevate le somme si presumono formate prioritariamente con utili non tassati IRI.

 

Per i soggetti che optano per il regime IRI, il contributo annuo dovuto alle gestioni dei contributi e delle prestazioni previdenziali degli artigiani e degli esercenti attività commerciali è determinato senza tener conto delle nuove disposizioni in materia di IRI.

 

In occasione di TELEFISCO 2017 l’Agenzia delle Entrate ha fornito utili chiarimenti in relazione all’applicazione del nuovo regime IRI.

In relazione alla determinazione del plafond IRI, entro cui è possibile dedurre dal reddito d’impresa le somme prelevate dai soci e che va calcolato al netto delle perdite residue riportabili a nuovo, è stato confermato che negli esercizi successivi a quello in cui le perdite sono state utilizzate, il plafond debba essere quantificato considerando i redditi dichiarati nel periodo di validità IRI al netto delle sole perdite non ancora utilizzate senza considerare più le perdite già compensate. 

Con riferimento alla corretta determinazione del plafond IRI nell’esercizio in cui vengono effettuati i prelevamenti, invece, è stato chiarito che la determinazione della base imponibile IRI vada effettuata 

prima determinando il reddito d’impresa secondo le regole ordinarie del TUIR e poi portando in deduzione dal reddito così determinato le somme prelevate nei limiti, ovviamente, del plafond IRI. 

 

Super e Iperammortamento

La legge di bilancio 2017 (legge 11 dicembre 2016, n. 232), ai commi 8-13, ha previsto la proroga delle disposizioni introdotte con la legge di bilancio precedente riguardanti il “super ammortamento” ed ha introdotto l’”iper ammortamento” per “favorire i processi di trasformazione tecnologica e digitale secondo il modello Industria 4.0”.

 

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Il super ammortamento consiste nella maggiorazione del 40% - ai soli fini della determinazione del reddito Ires/Iri/Irpef per i soggetti titolari di reddito d'impresa e per gli esercenti arti e professioni – del costo di acquisto (o i costi delle realizzazioni in economia) o del canone di locazione finanziaria di beni strumentali nuovi (legge di bilancio 2016, art. 1, comma 91).

La legge di bilancio 2017 consente l’applicazione della citata disposizione anche per gli investimenti effettuati entro il 31 dicembre 2017 o entro il 30 giugno 2018 a condizione che entro il 31 dicembre 2017 l’ordine di acquisto sia stato accettato dal venditore e che sia stato pagato un acconto pari almeno al 20%.

L’imputazione temporale degli investimenti segue le regole dettate dall’art 109 del Tuir, rilevando quindi la consegna o spedizione, o se diversa e successiva, la data in cui si verifica l’effetto traslativo o costitutivo della proprietà o altro diritto reale, senza tener conto delle clausole di riserva della proprietà.

Rimangono esclusi i beni con coefficiente fiscale di ammortamento inferiore a 6,5%, i fabbricati e le costruzioni, i beni inclusi nella tabella 1 allegata.

Nuova esclusione riguarda i veicoli e gli altri mezzi di trasporto di cui all'articolo 164, comma 1, lettere b) e b-bis) del Tuir, ossia autovetture, autocaravan, ciclomotori e motocicli non utilizzati esclusivamente come beni strumentali.

L’ “iper ammortamento” è uno degli strumenti agevolativi facenti parte del Piano nazionale “Industria 4.0”. Con tale termine si indica la “quarta rivoluzione industriale”, resa possibile dalla disponibilità di tecnologie hardware e software, di dati e informazioni, di nuovi materiali, componenti e sistemi digitalizzati e interconnessi.

L’ “iper ammortamento” si riferisce agli investimenti effettuati entro gli stessi termini temporali di cui sopra e consiste nella maggiorazione del costo fiscale di acquisto o del canone di leasing finanziario nella misura del:

a. 150% per i beni materiali strumentali nuovi inclusi nell’allegato A;

b. 40% per i beni immateriali strumentali inclusi nell’allegato B, ma a condizione che il soggetto goda dell’agevolazione di cui alla lettera a)

Possono beneficiare dell’agevolazione i titolari di redditi di impresa (non gli esercenti arti e professioni), esclusi i contribuenti forfettari, indipendentemente da forma giuridica, dimensione aziendale e settore economico di attività.

Un piccolo esempio numerico: per un bene materiale agevolabile con quota di ammortamento pari ad euro 1.000 sì avrà una maggiorazione di euro 1.500 ed un risparmio di imposta pari ad euro 360 (Ires 24%) o euro 645 (Irpef, considerando l’aliquota marginale del 43)%; per un bene immateriale agevolabile con quota di ammortamento pari ad euro 1.000 sì avrà una maggiorazione di euro 400 ed un risparmio di imposta pari ad euro 96 (Ires 24%) o euro 172 (Irpef, considerando l’aliquota marginale del 43%).

Per fruire dell’agevolazione è necessaria una dichiarazione del legale rappresentante, o, per i beni aventi ciascuno un costo di acquisizione superiore a 500.000 euro, di una perizia tecnica giurata di un ingegnere o perito industriale iscritti all’albo o ente di certificazione accreditato per singolo bene, circa l’appartenenza del bene alle tabelle A e B e l’interconnessione al sistema aziendale di gestione della produzione o alla rete di fornitura.

Nel corso di Telefisco 2017, l’Agenzia delle Entrate ha precisato che:

• il software embedded, ossia acquistato assieme al bene, è da considerarsi “incluso” e agevolabile con l’iper ammortamento 150%;

• un bene compreso nella tabella A acquistato nel 2016, entrato in funzione ed interconnesso nel 2017 può usufruire del super ammortamento (40%) e non dell’iper ammortamento in quanto rileva l’acquisto;

• il bene immateriale agevolabile (allegato B) non deve essere collegato necessariamente ad uno specifico bene materiale agevolabile (allegato A), ma è necessario che l’impresa usufruisca dell’iper ammortamento al 150%, quindi eventualmente anche per altro bene.

• per “interconnessione” si intende lo scambio di informazioni con sistemi interni (sistema gestionale, sistemi di pianificazione, ecc.) e/o esterni (clienti, fornitori, partner nella progettazione ecc.) per mezzo di un collegamento basato su specifiche documentate, disponibili pubblicamente e internazionalmente riconosciute; inoltre, il bene deve essere identificato univocamente, mediante l’utilizzo di standard di indirizzamento internazionalmente riconosciuti (es. indirizzo IP).

I benefici illustrati sono cumulabile con:

• Nuova Sabatini;

• Credito d’imposta per attività di Ricerca e Sviluppo;

• Patent Box;

• Incentivi alla patrimonializzazione delle imprese (ACE;

• Incentivi agli investimenti in Start up e PMI innovative

• Fondo Centrale di Garanzia

Si precisa che gli acconti dovuti per l’anno 2017 e 2018 saranno determinati senza considerare l’effetto di super e iper ammortamento; inoltre, le maggiorazioni 40% e 150% non devono essere considerate ai fini dell’elaborazione e del calcolo degli studi di settore.