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Modelli organizzativi 231 - Linee Guida dei dottori commercialisti

 

 

Il Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili in collaborazione con la Fondazione Nazionale dei Commercialisti ha approvato il documento n. 82 del 6.7.2016 "Principi di redazione dei modelli di organizzazione, gestione e controllo ex DLgs. 231/2001".

 

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Come noto, il Decreto legislativo 231/2007 ha introdotto un regime di responsabilità a carico delle società/enti per la commissione di una serie di reati specifici, da parte di soggetti apicali o propri dipendenti, con conseguenze rilevanti anche sugli stessi enti, soggetti a pesanti sanzioni amministrative pecuniarie e addirittura interdittive.

L’ente non risponde, tuttavia, se dimostra di aver rispettato le condizioni poste dalla legge e, in particolare, di aver adottato ed efficacemente attuato un modello organizzativo “idoneo” a prevenire la commissione di reati della stessa specie di quello verificatosi.

Pur in assenza di un vero obbligo normativo, dunque, l’adozione di modelli organizzativi 231 rappresenta una scelta indispensabile per offrire garanzie di trasparenza e affidabilità ai differenti stakeholders nazionali ed internazionali.

Le Linee Guida emanate dal CNDCEC contengono i principi per la costruzione dei Modelli di organizzazione, gestione e controllo ex D Lgs 231/2001 e forniscono un utile strumento operativo e metodologico per tutti quei soggetti quali consulenti, componenti di collegi sindacali e di organismi di vigilanza, chiamati alla redazione dei Modelli 231 o a valutarne l’idoneità in sede giudiziaria.

 

 

Si allega il documento CNDCEC n. 82 del 6.7.2016 "Principi di redazione dei modelli di organizzazione, gestione e controllo ex DLgs. 231/2001"

Importanti novità sui rendiconti annuali delle imprese a partire dal 2016

Dall’esercizio 2016 entrano in vigore numerose novità per i bilanci con riferimento ai principi generali di redazione, agli schemi di bilancio, ai criteri di valutazioni, al contenuto della nota integrativa, al rendiconto finanziario, ai bilanci in forma abbreviata, ai bilanci delle micro imprese e, infine, al bilancio consolidato. I principali interventi sono finalizzati ad una maggiore comparabilità dei bilanci e all’avvicinamento ai principi contabili internazionali. 

 

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I bilanci di impresa e bilanci consolidati relativi agli  esercizi finanziari aventi inizio a partire dal 1° gennaio 2016 saranno redatti secondo le norme introdotte dal D.L. 18 agosto 2015, n. 139.

Sintetizziamo di seguito il contenuto delle novità in commento:

Tra i principi di redazione del bilancio, vengono accolti il principio di rilevanza, secondo cui “non  occorre rispettare gli obblighi in tema di rilevazione, valutazione, presentazione ed informativa quando la loro osservanza abbia effetti irrilevanti al fine di dare una rappresentazione veritiera e corretta” e di prevalenza della sostanza sulla forma, ossia “la rilevazione e la presentazione delle voci è effettuata tenendo conto della sostanza dell'operazione o del contratto”.

Modifiche agli schemi di bilancio

Per quanto attiene allo stato patrimoniale, i costi di ricerca e pubblicità non potranno più essere capitalizzati; sia tra le immobilizzazioni finanziarie, sia tra i crediti e le attività finanziarie non immobilizzate, sia tra i debiti sono state inserite voci specifiche relative alle imprese sottoposte al controllo delle controllanti (precedentemente incluse nelle voci altre imprese/verso altri).

L’acquisto di azioni proprie verrà iscritto in bilancio in una apposita voce del patrimonio netto con segno negativo; scompare quindi la “Riserva per azioni proprie in portafoglio” e viene inserita la “Riserva negativa per azioni proprie in portafoglio”. Per quanto riguarda gli strumenti derivati, sono state inserite la “Riserva per operazioni di copertura dei flussi finanziari attesi” e voci dedicate nell’attivo tra le immobilizzazioni e nel circolante.

Per quanto riguarda invece il conto economico, tra i proventi da partecipazioni e gli altri proventi saranno separatamente indicati anche quelli derivanti da imprese sottoposte al controllo della controllante. Le rettifiche di valore comprenderanno anche le rettifiche di passività per riflettere le variazione di valore degli strumenti finanziari derivati. Infine, scompare la sezione E proventi e oneri straordinari.

 

Tra i criteri di valutazione viene introdotto il criterio del costo ammortizzato per rilevazione delle immobilizzazioni rappresentate da titoli, degli aggi e disaggi su prestiti, dei crediti e debiti.

Eliminati i riferimenti ai costi di ricerca e pubblicità (ora spesati nell’esercizio). I costi di impianto e ampliamento dovranno essere ammortizzati entro un periodo non superiore a cinque  anni.  I costi di sviluppo saranno ammortizzati secondo la loro vita utile o, nei casi eccezionali di impossibilità nella stima della vita utile, entro un periodo non superiore a cinque  anni. L'avviamento deve essere ammortizzato secondo la vita utile o, nei casi eccezionali in un periodo non superiore a dieci anni.

Introdotto anche il criterio di valutazione al fair value per gli strumenti finanziari derivati, anche se incorporati in altri strumenti finanziari. Le variazioni del fair value devono essere imputate al conto economico oppure, se lo strumento copre il rischio di variazione dei flussi finanziari attesi di altro strumento, direttamente ad una riserva positiva o negativa di patrimonio netto. Tale riserva sarà poi imputata al conto economico nella misura e nei tempi corrispondenti al verificarsi o al modificarsi dei flussi di cassa dello strumento coperto.

 

La Nota integrativa prevede una nuova informativa su impegni, garanzie e passività potenziali, ora non più risultanti in calce allo stato patrimoniale, così come la specifica indicazione dei proventi e oneri di entità o incidenza eccezionali.

Maggiori dettagli sono richiesti anche in relazione ai  rapporti economici con amministratori e sindaci, agli strumenti finanziari, al gruppo societario, alla natura e l'effetto patrimoniale, finanziario ed economico dei fatti di rilievo avvenuti dopo la chiusura dell'esercizio.

Il Rendiconto finanziario diviene un documento obbligatorio costitutivo del bilancio, assieme a conto economico, stato patrimoniale e nota integrativa. Per il contenuto del rendiconto, rimandiamo alla nostra news relativa all’OIC 10.

 

Bilancio in forma abbreviata

Sono apportate all’art 2435-bis alcune modifiche per tenere conto della disciplina introdotta dal decreto. E’ previsto l’esonero dalla redazione del rendiconto finanziario e la facoltà di iscrivere i titoli al costo di acquisto, i crediti al valore di presumibile realizzo e i debiti al valore nominale.

 

Micro imprese

Il nuovo articolo 2435-ter del codice civile introduce una apposita disciplina per il bilancio delle micro imprese, ossia le imprese che nel primo esercizio o per due esercizi consecutivi, non abbiano superato due dei seguenti limiti:

- 175.000 euro di totale dell’attivo dello stato patrimoniale;

- 350.000 € di ricavi delle vendite e delle prestazioni;

- 5 dipendenti occupati in media durante l’esercizio.

Tali entità non saranno tenute alla redazione del rendiconto finanziario, della nota integrativa e della relazione sulla gestione (a patto che siano inserite in calce allo stato patrimoniale alcune informazioni previste dagli articoli 2427 e 2428 cc.)

 

Bilancio Consolidato (D.Lgs .9 aprile 1991, n. 127)

Cambiano i limiti al di sopra dei quali è obbligatoria la redazione del bilancio consolidato: 

a) 20.000.000  euro  (anziché 17.500.000) nel  totale  degli  attivi  degli  stati patrimoniali;

b) 40.000.000 euro (anziché 35.000.000) nel totale  dei  ricavi  delle  vendite  e

delle prestazioni;

c) 250 dipendenti occupati in media durante l'esercizio (invariato).

La disapplicazione dell’esonero alla redazione è ora previsto per gli enti di interesse pubblico (come da art 16, c. 1, del d.lgs 27 gennaio 2010, n. 39).

Diviene obbligatoria la redazione del rendiconto finanziario consolidato.

Anche per il consolidato vale il principio di rilevanza menzionato per il bilancio d’impresa.

Per quanto attiene ai principi di consolidamento (art 31), la possibilità di non eliminare gli importi relativi a operazioni infragruppo è riservata alle sole operazioni concluse a  normali  condizioni di mercato, se la loro eliminazione comporta costi sproporzionati.

In tema di uniformità dei criteri di valutazione, deroghe a tale principio sono ammesse in casi eccezionali, purché indicate e motivate in nota integrativa.

 

 

 

 

 

Più mercato nelle vendite degli assets nei concordati

Il decreto giustizia che riforma la disciplina del concordato preventivo, con l’introduzione del nuovo istituto delle offerte concorrenti di cui al nuovo art. 163 bis L.F. e l’adozione nei concordati di tipo liquidatorio della pubblicità attraverso il portale delle vendite giudiziarie ai sensi del nuovo art. 182 L.F., conferma la linea che persegue obiettivi di efficientamento nella gestione delle procedure grazie a meccanismi ispirati alla concorrenza ed apre ad alternative, rispetto a quanto eventualmente  predisposto dall’impresa in crisi, sulle soluzioni relative al  realizzo dell’azienda  o di specifici beni per i quali la proposta del debitore prospetta già sia la destinazione finale che la correlata misura di prezzo.

 

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Nel Decreto Giustizia, D.L. n. 83/2015, può vedersi il filo conduttore seguito dal Governo nella elaborazione di novità volto ad assicurare una maggiore efficacia delle gestioni delle procedure (vendite giudiziarie e procedure concorsuali) introducendo meccanismi concorrenziali; in particolare, e non poteva essere diversamente trattandosi di gestioni incentrate nel realizzo di beni del debitore destinati a tradursi in mezzi liquidi per il pagamento del passivo, si ha riguardo alla sollecitazione delle più convenienti possibilità di realizzo che il mercato può esprimere favorendo la concorrenza dal lato dei potenziali acquirenti. 

In tale direzione va l’implementazione del portale delle vendite pubbliche (art. 490 c.p.c. in tema di vendite giudiziarie), la modifica dell’art. 182 L.F. in materia di concordati liquidatori  che prevede l’adozione della pubblicità a norma del predetto nuovo art. 490 primo comma c.p.c. nonchè l’introduzione del nuovo istituto delle offerte concorrenti, termine che dà il titolo al nuovo art. 163 bis L.F. (in materia di concordato preventivo). 

Si rileva subito che il nuovo istituto delle “offerte concorrenti” ha in comune con quello delle “proposte concorrenti” di cui al nuovo art. 163 L.F.  (vedi news n. 17/2015), oltre che il termine per l’appunto “concorrente”, l’obiettivo di contrastare eventuali abusi da parte dell’impresa che ricorre al concordato la quale  potrebbe ricercare di conseguire propri vantaggi sfruttando le prerogative – in tema di competenza per la elaborazione della proposta ed anche per la prospettazione di “pacchetti di vendite” già preconfezionati - che la previgente disciplina dava al debitore in crisi che presenta la proposta e il piano di concordato. 

Nei casi in cui la proposta di concordato contempli la vendita dell’azienda (o di rami d’azienda) oppure anche di determinati beni a favore di un individuato soggetto e a determinate condizioni, verrà fatto obbligo al Commissario Giudiziale di valutare la congruità della soluzione e, in definitiva, la rispondenza della vendita prospettata nella proposta alla migliore tutela degli interessi dei creditori;  ove non ravvisi detta rispondenza, il C.G. darà impulso ad un procedimento di tipo competitivo per la selezione di una alternativa più conveniente, procedimento che viene poi attivato e delineato nelle sue modalità concrete dal Tribunale. La nuova disciplina prevede che l’eventuale selezione di una vendita in termini più convenienti debba concludersi ancora prima della adunanza dei creditori per il voto della proposta così che, in caso di esito positivo della sollecitazione del mercato attivata dal Tribunale, la proposta di concordato (ed il piano) sarà modificata recependo i termini della vendita così selezionata e su tale proposta i creditori saranno chiamati ad esprimere il voto di approvazione. Chiunque, quindi, potrà sottoporre all’attenzione del C.G. oltre che proprie manifestazioni di interesse o addirittura offerte, elementi utili per i riscontri del caso che potrebbero portare ad un concreto vantaggio, oltre che per i creditori beneficiati da più consistenti entrate, anche per le imprese potenzialmente interessate a prendere parte a procedimenti competitivi per l’acquisizione di aziende ed assets.

Deve dirsi che la nuova disciplina sulle offerte concorrenti trova applicazione  quando la vendita prospettata nella proposta di concordato ha il carattere di definitività in termini di individuazione dell’asset oggetto del realizzo “preconfezionato”,  di identificazione dell’acquirente e di quantificazione del prezzo. 

Per contro non sembrerebbe costituire presupposto per l’applicazione di tale disciplina il caso della proposta di concordato che si limiti alla allegazione di un impegno unilaterale di un potenziale acquirente di un bene senza far assurgere la vendita in questione a vero e proprio termine definitivo  della proposta e del piano rilegando invece la produzione dell’offerta di acquisto (che resta quindi non impegnativa per il concordato), a strumento di riscontro delle effettive possibilità di realizzo di singoli elementi dell’attivo. 

Il  Decreto Giustizia, infine (combinato disposto del nuovo art. 182 L.F. che richiama il novellato art. 490 c.p.c.), sempre guardando al nuovo scenario nelle attività di realizzo degli assets dell’impresa in concordato, prevede che  se la proposta si sostanzia nella mera cessione dei beni ai creditori, senza articolare nessuna specifica vendita (o come sopra ipotizzato mettendo a disposizione una mera opzione non vincolante), trovi applicazione il meccanismo della nuova pubblicità delle vendite giudiziarie attraverso il portale del Ministero della Giustizia, strumento sul quale la riforma punta molto per la cd. apertura al mercato. 

 

 

Creditori non più solo spettatori passivi nel concordato

 

Il decreto giustizia per la crescita introduce la possibilità per percentuali qualificate di creditori di imprese in concordato (e prima che abbia luogo la votazione) di farsi parte attiva nella elaborazione di soluzioni concordatarie alternative che vengono quindi messe a raffronto con quella presentata dal debitore e offerte al ceto creditorio come ulteriori opzioni sulle quali operare la scelta finora in definitiva ristretta tra l’accettazione  della domanda e gli effetti del fallimento.

 

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Con il D.L. n. 83/2015,  l’esecutivo è intervenuto innovando significativamente più settori; il decreto giustizia per la crescita introduce nuove disposizioni in materia di procedure esecutive e detta nuove modalità di esecuzione delle vendite giudiziarie dei beni (sia mobili che immobili), contempla l’introduzione del nuovo strumento telematico del portale delle vendite pubbliche nel quale troverà unitaria collocazione la pubblicità di ogni tipo di vendita nell’ambito giudiziario, ed infine introduce novità relative a più istituti della legge fallimentare tra i quali il concordato preventivo.

Le procedure di concordato preventivo hanno visto, fatto ormai pacifico e sperimentato ormai da tutti gli operatori economici, una diffusione che ne ha fatto parlare in termini di “boom” del fenomeno. La disposizione in commento dà luogo al nuovo art. 163 l.f., il cui titolo si arricchisce della seconda parte divenendo “ammissione alla procedura e proposte concorrenti”. Viene cioè introdotta la possibilità di avere a disposizione, oltre che la proposta elaborata dal debitore, anche la o le “proposte concorrenti”. Si tratta di una possibilità appannaggio dei creditori, e qui appunto il ruolo attivo di chi si è trovato sinora a poter soltanto scegliere tra soluzione concordataria o liquidazione fallimentare, di elaborare essi stessi i termini di una soluzione, sempre di tipo concordatario, che si presenterà concorrente e cioè alternativa rispetto a quanto prospettato dall’imprenditore in crisi. Come si comprende, la novità costituisce misura anche per arginare fenomeni di tipo abusivo nel ricorso al concordato da parte di imprese in crisi  potendoci aspettare una sorta di maggiore responsabilizzazione da parte dell’impresa stessa nella fase di redazione della proposta e formulazione del piano in ragione della astratta possibilità di vedere la propria soluzione raffrontata e quindi scartata da altra preferibile. In effetti, che lo spirito della novità è da ricollegare a quanto appena detto, lo si ricava anche dalla previsione che la proposta concorrente è ammissibile soltanto in relazione a concordati nei quali il debitore ha assicurato al chirografo una percentuale inferiore al 40%, limite al quale l’impresa in crisi dovrebbe dunque cercare di tendere per affrancarsi rispetto a possibili “interferenze” dei creditori. 

Il nuovo art. 163 attribuisce la facoltà di presentare la proposta concorrente a tanti creditori che rappresentino almeno il 10% dei debiti esposti nella situazione patrimoniale depositata dal debitore. Tra le disposizioni volte a rendere concreta la eventualità della presentazione della proposta concorrente, si segnala che la predetta dimensione minima dei crediti può essere raggiunta oltre che a seguito di iniziativa congiunta di più creditori (ottenendo così il cumulo dei rispettivi crediti), anche per effetto di acquisizione dei crediti successive al deposito della domanda da parte dell’impresa in crisi. Nella stessa direzione possono leggersi le semplificazioni sulla proposta concorrente con riguardo alla attestazione (che potrebbe anche non essere presentata se la proposta concorrente non contiene aspetti rimasti non coperti dalla verifica a cura del Commissario Giudiziale) e la esplicita previsione dell’obbligo facente carico allo stesso  C. G. di assecondare le richieste di informativa da parte dei creditori funzionali alla elaborazione della proposta concorrente.

Per la maturazione delle decisione dei creditori, non più posti di fronte  al dilemma concordato o fallimento, ma chiamati a votare questa volta scegliendo anche tra più proposte concordatarie (quella dell’impresa debitrice e quella o quelle concorrenti di creditori), il C.G. offrirà una integrazione della propria relazione ex art. 172 l.f. contenente la rappresentazione della o delle proposte concorrenti ed una comparazione tra di esse, sottoposte al voto. 

 

 

Riforma del reato di falso in bilancio

Il Disegno di Legge anticorruzione, approvato in via definitiva il 21 maggio scorso,  contiene la revisione del reato societario di false comunicazioni sociali di cui agli artt 2621 e 2622 del codice civile, meglio noto come “falso in bilancio” Le principali novità riguardano il generale aumento delle sanzioni, la depenalizzazione delle infedeltà nelle valutazioni, l’eliminazione delle soglie percentuali di rilevanza penale;  sono previsti sconti per i fatti di lieve entità, esimenti per la particolare tenuità e delle aggravanti per le società quotate.

 

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A seguito dell’intervento legislativo, le disposizioni in materia di falso in bilancio distinguono a seconda della tipologia di soggetto coinvolto: società non quotate (da 2621 a 2621 ter c.c.), società quotate (2622 c.c.), società non fallibili (2621- bis c.c.). 

In particolare in base alla nuova previsione contenuta nell’art.2621 che riguarda tutte le società non quotate (escluse quelle «non fallibili») è ora prevista la reclusione da 1 a 5 anni “per gli amministratori, i direttori generali, i dirigenti preposti alla redazione dei documenti contabili societari, i sindaci e i liquidatori, i quali, al fine di conseguire per sé o per altri un ingiusto profitto, nei bilanci, nelle relazioni o nelle altre comunicazioni sociali dirette ai soci o al pubblico, previste dalla legge, consapevolmente espongono fatti materiali rilevanti non rispondenti al vero ovvero omettono fatti materiali rilevanti la cui comunicazione è imposta dalla legge sulla situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società o del gruppo al quale la stessa appartiene, in modo concretamente idoneo ad indurre altri in errore”. La stessa pena si applica anche se le falsità o le omissioni riguardano beni posseduti o amministrati dalla società per conto di terzi.

La principale novità rispetto al testo previgente è che solo i «fatti materiali rilevanti» potranno integrare il reato nelle società non quotate, non configurando più comportamento illecito gli errori attinenti alle valutazioni e riducendo così margini di discrezionalità nell’interpretazione della norma. Viene inoltre eliminato ogni riferimento alle soglie di rilevanza dell’errore; per contro si prevede che i fatti materiali esposti od omessi devono risultare contabilmente “rilevanti” e che le falsità devono essere “concretamente idonee” e non più soltanto “idonee” a indurre altri in errore. 

Con riferimento alle società non quotate vengono, inoltre, introdotte alcune fattispecie a punibilità ridotta o esclusa:

- l'art. 2621- bis c. 1 c.c. (fatti di lieve entità) che prevede una riduzione di pena (reclusione da sei mesi a tre anni), allorché i fatti siano di «lieve entità» tenuto conto della natura e delle dimensioni della società e delle modalità o degli effetti della condotta;

- l'art. 2621- bis c. 2 c.c., per le società non assoggettate alla disciplina del fallimento (ai sensi dell’art. 1 comma 2 del RD 267/1942) la pena da applicare è sempre quella ridotta per i fatti di lieve entità e il reato è perseguibile a querela;

- l'art. 2621 - ter c.c. (non punibilità per particolare tenuità del fatto) secondo cui la punibilità può essere esclusa dal giudice quando, per le modalità della condotta e per l’esiguità del danno o del pericolo provocato alla società, ai soci e ai creditori, l’offesa è di particolare tenuità e il comportamento risulta non abituale.

Si osserva come tali disposizioni introducano elementi di discrezionalità che lasciano dunque alla magistratura il compito di individuare “i fatti di lieve entità” e la “particolare tenuità” dell’offesa che determinano gli estremi per la riduzione della pena; è il caso di rilevare, inoltre, che la pena base compresa tra 1 e 5 anni, rende non praticabile , sul piano investigativo, l’utilizzo delle intercettazioni riservate per i reati più gravi.

Il nuovo art. 2622 c.c. dedicato alle false comunicazioni nelle società quotate vede un aumento delle sanzioni (da 3 a 8 anni di reclusione), giustificata dalla maggior rilevanza e ampiezza degli interessi coinvolti che in tali società.

Tale norma punisce quegli stessi soggetti elencati all’art. 2621 c.c. che, “al fine di conseguire per sé o per altri un ingiusto profitto, nei bilanci, nelle relazioni o nelle altre comunicazioni sociali dirette ai soci o al pubblico, consapevolmente espongono fatti materiali non rispondenti al vero ovvero omettono fatti materiali rilevanti la cui comunicazione è imposta dalla legge sulla situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società o del gruppo al quale la stessa appartiene, in modo concretamente idoneo ad indurre altri in errore”.

Anche per tali società il reato di falso in bilancio risulta integrato attraverso l’esposizione ovvero l’omissione di fatti materiali non rispondenti al vero e diviene “reato di pericolo”, non rilevando più l’effettività del danno arrecato a soci o creditori ma solo la potenzialità dello stesso. 

Si osserva che rispetto alle non quotate, non si prevede che i fatti materiali non rispondenti al vero siano “rilevanti” e ciò fa pensare ad un’estensione della rilevanza penale anche per fatti non veritieri ritenuti di scarsa rilevanza.

Da ultimo occorre dar conto della modifica dell'art. 25-ter del DLgs. 231/2001 concernente i reati societari presupposto della responsabilità amministrativa degli enti. Aseguito della sopra menzionata modifica è innalzata anche la sanzione amministrativa  della quale potrebbe essere chiamata a rispondere la società per le false comunicazioni sociali nei casi di responsabilità amministrativa dell’ente.

Revisione Principi contabili nazionali 

L’Organismo Italiano di Contabilità (OIC) ha recentemente revisionato e approvato in via definitiva i principi contabili nazionali tra cui, da ultimo, l’OIC 24 del 29 gennaio 2015, dedicato alle immobilizzazioni immateriali. Con tale pubblicazione, si conclude il progetto di aggiornamento realizzato dall’OIC a partire dal 2010 che ha coinvolto la maggior parte dei principi contabili nazionali. I nuovi principi si applicano ai bilanci di esercizio e consolidati chiusi a partire dal 31.12.2014.

 

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La revisione riguarda 20 documenti ed è finalizzata ad adeguare i principi contabili alla prassi consolidata e in alcuni casi a recepire i criteri previsti dai principi internazionali. Occorre tener conto dell’importanza acquisita dai principi contabili emanati dall’OIC a seguito del riconoscimento ufficiale attribuito all’OIC, ad opera dell’articolo 20 della legge 116/2014, come standard setter nazionale, ovvero organismo di riferimento in materia di principi contabili.

I nuovi principi contabili assumono, in virtù del principio di derivazione, piena rilevanza anche ai fini fiscali, in tutti quei casi in cui manchino norme specifiche di natura fiscale che derogano alle disposizioni civilistiche in materia di bilancio.

In particolare, è stata rivista e uniformata la struttura dei Principi con l’inserimento di paragrafi numerati suddivisi fra definizioni, classificazioni, rilevazione iniziale, valutazione successiva e informativa in nota integrativa, che rendono gli stessi più schematici e chiari, facilitandone la consultazione. Sono state poi introdotte modifiche sostanziali ad alcuni principi tra cui l’OIC 9 sulle svalutazioni per perdite durevoli di valore delle immobilizzazioni materiali e immateriali, l’OIC 15 sui Crediti, l’OIC 16 “Immobilizzazioni materiali” e, da ultimo l’OIC 24 “Immobilizzazioni immateriali”. Non sono stati modificati, tra gli altri, l’OIC 11 “Postulati” l’OIC 4 “Fusioni e scissioni” e l’l’OIC 6 “Bilanci di liquidazione.

Al fine di tener conto dell’evoluzione dei principi contabili Assirevi ha pubblicato il Quaderno n. 14 che illustra dettagliatamente le novità dei nuovi Principi Contabili OIC e aggiorna le check-list di controllo relative ai principi di redazione del bilancio d’esercizio e del bilancio consolidato.

Il Quaderno n. 14 Assirevi viene reso disponibile in allegato per ogni ulteriore approfondimento. 

 

Rent to buy: schema contrattuale e vademecum del Notariato

Il Consiglio Nazionale del Notariato, al fine di fornire agli operatori indicazioni operative utili per l’utilizzo e la diffusione del contratto di “Rent to buy” ha appena pubblicato una guida operativa che contiene un facsimile di contratto e un decalogo informativo.

 

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La disciplina del Rent to buy, introdotta solo di recente nel nostro ordinamento ad opera del cosiddetto Decreto “Sblocca Italia” Decreto n. 133/2014 (GU n.212 del 12.09.2014), convertito in Legge n. 164/2014, è stata oggetto delle nostre news n. 30-2014 (disciplina contrattuale) e n. 33-2014 (disciplina fiscale) alle quali si rinvia per un’analisi dettagliata.

Gli operatori hanno ora a disposizione anche uno schema contrattuale tipo, elaborato e reso disponibile dal Consiglio Nazionale del Notariato.

Viene inoltre fornito agli operatori un breve vademecum di stampo pratico, che si articola in 10 punti, nel quale vengono riepilogate le caratteristiche del Rent to buy, ed illustrati i vantaggi e le garanzie fornite ai contraenti.

Si allegano alla presente i citati documenti elaborati dal Consiglio Nazionale del Notariato:

- schema contrattuale;

- 10 cose da sapere sul Rent to buy.

 

Rendiconto Finanziario: il nuovo principio contabile italiano OIC 10

Il 5 agosto 2014 l’Organismo Italiano di Contabilità ha emanato un nuovo principio contabile, l’OIC 10, sul Rendiconto Finanziario. In precedenza, le indicazioni riguardo tale documento informativo erano contenute nella versione del maggio 2005 dell’OIC 12 “Composizione e schemi del bilancio d’esercizio di imprese mercantili, industriali e di servizi”, ora rivista e pubblicata contestualmente all’OIC in commento.

L’Organismo Italiano di Contabilità ha ritenuto opportuno dedicare un apposito principio al Rendiconto Finanziario in quanto strumento indispensabile per ottenere informazioni circa la situazione finanziaria e la sua evoluzione, anche in accordo a quanto stabilito dai Principi Internazionali con lo IAS 7 - Statement of cash flow. Pur non essendo, il rendiconto, previsto dalle norme del codice civile come documento obbligatorio, l’OIC raccomanda la sua redazione a tutte le tipologie societarie.

 

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Le novità salienti rispetto alle indicazioni previste fino ad agosto sono le seguenti:

- eliminazione del capitale circolante netto come grandezza di riferimento per la redazione del rendiconto; 

- riformulazione delle definizioni di gestione reddituale, attività di investimento e attività di finanziamento; 

- inserimento di alcune indicazioni circa l’aggiunta, il raggruppamento e la suddivisione dei flussi finanziari e del generale divieto di compensazione tra flussi finanziari; 

- inserimento di alcune indicazioni in merito al rendiconto finanziario consolidato; 

- introduzione della distinzione tra flussi finanziari derivanti da capitale proprio o da capitale di debito nella presentazione del flusso dell’attività di finanziamento; 

- indicazioni specifiche riguardo al flusso finanziario derivante dall’acquisizione di una società controllata o di un ramo di azienda; 

- precisazioni sui flussi finanziari connessi ai derivati di copertura;

- eliminazione di alcune alternative contabili in merito a dividendi ed imposte.

La grandezza rispetto alla quale è misurata la variazione dei flussi finanziari è rappresentata unicamente dalle disponibilità liquide. In una definizione più restrittiva rispetto allo IAS 7, le disponibilità liquide sono costituite da depositi bancari e postali, da assegni, denaro e valori in cassa, anche in valuta estera. Scompare lo schema di rendiconto basato sul capitale circolante netto, in quanto poco diffuso, meno esplicativo e non presente nello IAS 7.

In calce al rendiconto, la società deve indicare l’ammontare di disponibilità liquide non liberamente utilizzabili (come, ad esempio, conti vincolati).

Il rendiconto, in forma scalare, presenta nell’ordine le seguenti sezioni: gestione reddituale, attività di investimento, attività di finanziamento. La somma algebrica dei flussi finanziari delle tre sezioni rappresenta l’incremento o il decremento delle disponibilità liquide. 

E’ espressamente vietata la compensazione interna come, ad esempio, quella tra erogazione di nuovi finanziamenti e rimborsi. 

Le operazioni non monetarie (permute di attività, emissione di azioni per acquisizione di una controllata, ecc.) non devono essere inserite nel prospetto. 

Accanto ad ogni flusso va indicato l’ammontare dell’esercizio precedente per permettere la  comparazione.

Il flusso della gestione reddituale può essere rappresentato col metodo diretto (evidenziando direttamente i flussi finanziari, metodo raccomandato dallo IAS7) o indiretto (rettificando il risultato di esercizio riportato nel conto economico, metodo più utilizzato nella prassi).

Tra i flussi finanziari dell’attività di investimento troviamo, distintamente, i flussi derivanti dall’acquisto e dalla vendita delle immobilizzazioni materiali, immateriali e finanziarie e delle attività finanziarie non immobilizzate, sempre rettificati dalle variazioni dei relativi debiti o crediti, al fine di evidenziare l’effettivo esborso o incasso dell’esercizio (le plus/minusvalenze sono ricomprese nella gestione reddituale).

Tra i flussi finanziari dell’attività di finanziamento troviamo, distintamente, i flussi derivanti dall’ottenimento o restituzione di disponibilità liquide sotto forma di capitale di rischio o di capitale di debito.

Le stesse regole valgono per la redazione del rendiconto finanziario consolidato, con l’avvertenza di elidere i flussi infragruppo. Per quanto riguarda le acquisizioni e cessioni di controllate, il flusso finanziario derivante dal corrispettivo pagato o incassato va distintamente indicato fra le attività di investimento, al netto delle disponibilità liquide acquisite o dismesse come parte dell’operazione. Tali disposizioni valgono anche nel caso di acquisizione o cessione di ramo d’azienda.

 

L’OIC tratta poi specificamente alcuni particolari flussi: 

- i dividendi incassati e pagati sono indicati, rispettivamente, nella gestione reddituale e nell’attività di finanziamento;

- gli interessi pagati e incassati sono presentati distintamente tra i flussi finanziari della gestione reddituale, a meno che non afferiscano ad attività di investimento o ad attività di finanziamento;

- i flussi finanziari relativi alle imposte sul reddito sono indicati distintamente nella gestione reddituale (non è più prevista l’indicazione fra le attività di investimento o finanziamento);

- i flussi relativi ai derivati di copertura sono presentati nella medesima categoria dei flussi finanziari dell’elemento coperto;

- i flussi derivanti da operazioni in valuta estera, distinti per classe di attività, sono iscritti nel bilancio in euro, applicando il tasso di cambio tra l’euro e la valuta estera al momento in cui avviene il flusso (il risultato di esercizio è rettificato a monte per tener conto di utili o di perdite derivanti da variazioni nei cambi non realizzati).

 

In allegato lo schema di rendiconto finanziario dell’OIC 10 e il raffronto fra le disposizioni contenute nell’OIC 10 e quelle previste dall’OIC 12 (versione maggio 2005).

 

Semplificazioni nella trasformazione da società di persone in S.p.a.

 

Il D.L. 24 giugno 2014, n. 91 (c.d. “decreto competitività”), entrato in vigore il 25.6.2014, e convertito, con modificazioni, nella L. 11.8.2014 n. 116, ha introdotto rilevanti novità in materia societaria tra cui si segnala la semplificazione del procedimento di trasformazione di società di persone in società di capitali a base azionaria. Più in particolare, il provvedimento ha esteso la valutazione semplificata prevista dall’art. 2343-ter c.c. – introdotta a seguito del recepimento della Direttiva 2006/68/CE ad opera del D.lgs. 4 agosto 2008, n. 142 - ad ulteriori operazioni societarie per le quali rimaneva obbligatoria la relazione giurata di stima redatta da un perito nominato dal tribunale ai sensi dell’art. 2343 c.c.. Le operazioni interessate dalle semplificazioni sono: a) la trasformazione di società di persone in spa (art. 2500-ter co. 2 c.c.). b) l’acquisto di beni o di crediti dei promotori, dei fondatori, dei soci o degli amministratori, nei due anni dalla iscrizione della società stessa nel Registro delle imprese (art. 2343-bis c.c.).

 

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La disciplina della valutazione in caso trasformazione in una società azionaria, come tale potenzialmente destinata a rivolgersi al mercato per reperire capitale, è sempre stata improntata a maggiore rigore rispetto a quella prevista dall’art. 2465 per la società a responsabilità limitata.

Prima del decreto competitività, ai sensi dell'art. 2500 ter codice civile, in caso di trasformazione cosiddetta progressiva di società di persone in società di capitali azionaria (S.p.a. o S.a.p.a.), il patrimonio netto della società poteva essere valutato solo seguendo le rigorose prescrizioni di forma stabilite dall'art. 2343 codice civile: nomina di un esperto, su istanza del legale rappresentante della società, di competenza del Tribunale nel cui circondario ha sede la società.

Per contro, l’art. 2465 c.c. per le s.r.l. prevede che la perizia sia redatta da un perito di nomina della stessa società.

Lo scopo della relazione di stima è quello di garantire che il capitale sociale della società sia effettivamente esistente e non sia inferiore al minimo prescritto dalla legge tanto che l'atto di trasformazione non accompagnato dalla perizia di stima è considerato invalido.

Come anticipato, il D.lgs. 4 agosto 2008, n. 142 (poi modificato dal D.lgs. 29 novembre 2010, n. 224), in recepimento della Direttiva 2006/68/CE aveva introdotto anche per le società azionarie un meccanismo volto a consentire che il conferimento di beni in natura avvenga senza relazione di stima, al fine di rendere più celere e meno costoso, il procedimento di costituzione della società azionaria o quello dell’aumento del capitale sociale. Tale meccanismo agevolato è disciplinato dall'art. 2343-ter c.c. che esclude l’obbligo di relazione giurata di un perito nominato dal Tribunale nei seguenti casi:

1) conferimento di valori mobiliari o di strumenti del mercato monetario, se il loro valore non supera il prezzo medio ponderato al quale essi sono stati negozia ti in un mercato regolamentato nei sei mesi precedenti il conferimento;

2) conferimento di beni o crediti, quando il loro valore (considerato ai fini della formazione del capitale e dell'eventuale sovrapprezzo) non supera:

a) il fair value ricavato da un bilancio approvato da non oltre un anno, purché si tratti di un bilancio sottoposto a revisione legale e a condizione che la relazione del revisore non esprima rilievi sulla valutazione dei beni oggetto del conferimento;

b) il valore equo risultante da una valutazione, redatta in conformità «ai principi e criteri generalmente riconosciuti per la valutazione dei beni oggetto del conferimento» in data non anteriore a sei mesi rispetto al conferimento, stilata da un esperto indipendente da chi effettua il conferimento e dalla società conferitaria.

Di fatto la norma consente anche nelle S.p.a. di evitare il ricorso all’esperto giudiziale e di utilizzare una valutazione “interna” purché redatta da un esperto indipendente, dotato di adeguata e comprovata professionalità e conforme ai principi di best practise. Prima dell’intervento normativo era controversa l’applicabilità di tali modalità semplificate in quanto l’art. 2343 ter c.c. non era espressamente richiamato dall’art. 2500-ter c.c.. Con il decreto competitività qui in esame, dunque, viene definitivamente risolta ogni questione interpretativa sul punto e stabilito espressamente che il capitale sociale della società risultante dalla trasformazione può essere determinato anche con le procedure semplificate di cui all’art. 2343 ter c.c..

Si fa notare come la novità riguardi solo le trasformazioni in società azionarie; ne risulta un procedimento verosimilmente più oneroso nell’ipotesi di trasformazione in s.r.l. rispetto alla s.p.a., per le quali l’art. 2465 continua a richiedere l’onere della perizia giurata.

 

Occorre infine rilevare che la formulazione dell'art. 2500 ter c.c. risulta infelice nel richiamo all’ art. 2343 ter c.c.; infatti, manca il rinvio al quarto comma dell’art. 2343 ter c.c. che sancisce la responsabilità dell’esperto, nonché al successivo art. 2343 quater c.c. che prevede il procedimento di verifica da parte dell’organo amministrativo che non siano avvenuti fatti eccezionali tali da incidere sul valore dei beni oggetto di valutazione. 

Debiti tributari e cancellazione della società dal Registro delle Imprese

A seguito della riforma del diritto societario (D. Lgs. N. 3/2003) la cancellazione della società di capitali dal Registro delle Imprese è condizione necessaria e sufficiente per l’estinzione della medesima. Eventuali debiti, compresi quelli tributari,  non potranno più essere richiesti in capo alla stessa ma dovranno essere avanzati nei confronti dei soci ovvero dei liquidatori, ricorrendone i relativi presupporti. Il decreto delegato sulle semplificazioni fiscali in corso di emanazione, tuttavia, crea una possibile incongruenza rispetto alla norma generale nella parte in cui stabilisce che ai soli fini fiscali l’estinzione della società ha effetto trascorsi cinque anni dalla cancellazione dal Registro delle Imprese. 

 

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Secondo il sistema attualmente vigente la portata estintiva della cancellazione della società dal Registro Imprese comporta che la sussistenza di un rapporto tributario non definito non potrà, in nessun caso, far rivivere l’ente disciolto. Gli atti impositivi da parte dell’Amministrazione Finanziaria, non potendosi rivolgere alla società estinta, potranno, ricorrendone i presupposti, rivolgersi ai soci, ai liquidatori o agli amministratori. 

Il perimetro entro cui la stessa Amministrazione può attivarsi è quello delineato dalle due disposizioni di riferimento: quella a carattere generale di cui all’art.  2495 C.C. e quella, a carattere speciale, di cui all’art. 36 del Dpr 602/73, attualmente riferibile esclusivamente ai debiti di imposta Ires. 

In particolare l’art. 2495 C.C. fissa la responsabilità personale dei soci nei confronti dei creditori sociali sino a concorrenza delle somme da questi riscosse in sede di bilancio finale di liquidazione. La stessa disposizione civilistica, inoltre, fonda una ipotesi di responsabilità professionale dei liquidatori i quali risponderanno in proprio dei debiti in caso di comportamento colposo. 

La norma speciale di cui all’art. 36 del Dpr 602/73 - che non vale per i tributi rilevanti quali Irap o l’Iva per i quali il fisco potrà valersi esclusivamente della norma generale - fissa una responsabilità più estesa rispetto a quella di cui al criterio generale,  sia sotto il profilo temporale che sotto il profilo soggettivo. 

In particolare, per il primo aspetto, i soci sono responsabili nei confronti del fisco sino a concorrenza delle somme percepite dagli stessi nel corso della liquidazione e nel corso dei due anni precedenti la stessa liquidazione.  Per il secondo aspetto è prevista una responsabilità professionale dei liquidatori per le imposte dovute in corso di liquidazione e, coerentemente con il summenzionato dato temporale, anche degli amministratori che nei due anni precedenti alla liquidazione hanno compiuto operazioni di liquidazione o occultato attività sociali. 

Il quadro di riferimento appena esposto potrebbe mutare a seguito della definitiva approvazione della norma contenuta nel decreto delegato sulle semplificazioni fiscali (art. 28, 4° comma). Da un lato, ciò che appare certamente apprezzabile, è prevista l’applicazione della tutela speciale anche agli altri tributi (Iva, Irap..); dall’altro lato, è disciplinata espressamente la possibile riviviscenza della società, ai soli fini fiscali, per il periodo di cinque anni dalla cancellazione. 

Quest’ultima disposizione, oltre a risultare non coerente con riferimento ai contenuti della delega i cui principi di semplificazione non sembrerebbero rispettati, pone, come è facile intuire, una serie di incertezze sul piano sostanziale e procedurale (come si perfeziona la notifica di un atto impositivo a carico di una società estinta?) ponendosi in netto contrasto con i principi della riforma societaria a tal punto che alcuni autori hanno evidenziato la possibile sanzione di incostituzionalità della norma in corso di emanazione.