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Riforma del reato di falso in bilancio

Il Disegno di Legge anticorruzione, approvato in via definitiva il 21 maggio scorso,  contiene la revisione del reato societario di false comunicazioni sociali di cui agli artt 2621 e 2622 del codice civile, meglio noto come “falso in bilancio” Le principali novità riguardano il generale aumento delle sanzioni, la depenalizzazione delle infedeltà nelle valutazioni, l’eliminazione delle soglie percentuali di rilevanza penale;  sono previsti sconti per i fatti di lieve entità, esimenti per la particolare tenuità e delle aggravanti per le società quotate.

 

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A seguito dell’intervento legislativo, le disposizioni in materia di falso in bilancio distinguono a seconda della tipologia di soggetto coinvolto: società non quotate (da 2621 a 2621 ter c.c.), società quotate (2622 c.c.), società non fallibili (2621- bis c.c.). 

In particolare in base alla nuova previsione contenuta nell’art.2621 che riguarda tutte le società non quotate (escluse quelle «non fallibili») è ora prevista la reclusione da 1 a 5 anni “per gli amministratori, i direttori generali, i dirigenti preposti alla redazione dei documenti contabili societari, i sindaci e i liquidatori, i quali, al fine di conseguire per sé o per altri un ingiusto profitto, nei bilanci, nelle relazioni o nelle altre comunicazioni sociali dirette ai soci o al pubblico, previste dalla legge, consapevolmente espongono fatti materiali rilevanti non rispondenti al vero ovvero omettono fatti materiali rilevanti la cui comunicazione è imposta dalla legge sulla situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società o del gruppo al quale la stessa appartiene, in modo concretamente idoneo ad indurre altri in errore”. La stessa pena si applica anche se le falsità o le omissioni riguardano beni posseduti o amministrati dalla società per conto di terzi.

La principale novità rispetto al testo previgente è che solo i «fatti materiali rilevanti» potranno integrare il reato nelle società non quotate, non configurando più comportamento illecito gli errori attinenti alle valutazioni e riducendo così margini di discrezionalità nell’interpretazione della norma. Viene inoltre eliminato ogni riferimento alle soglie di rilevanza dell’errore; per contro si prevede che i fatti materiali esposti od omessi devono risultare contabilmente “rilevanti” e che le falsità devono essere “concretamente idonee” e non più soltanto “idonee” a indurre altri in errore. 

Con riferimento alle società non quotate vengono, inoltre, introdotte alcune fattispecie a punibilità ridotta o esclusa:

- l'art. 2621- bis c. 1 c.c. (fatti di lieve entità) che prevede una riduzione di pena (reclusione da sei mesi a tre anni), allorché i fatti siano di «lieve entità» tenuto conto della natura e delle dimensioni della società e delle modalità o degli effetti della condotta;

- l'art. 2621- bis c. 2 c.c., per le società non assoggettate alla disciplina del fallimento (ai sensi dell’art. 1 comma 2 del RD 267/1942) la pena da applicare è sempre quella ridotta per i fatti di lieve entità e il reato è perseguibile a querela;

- l'art. 2621 - ter c.c. (non punibilità per particolare tenuità del fatto) secondo cui la punibilità può essere esclusa dal giudice quando, per le modalità della condotta e per l’esiguità del danno o del pericolo provocato alla società, ai soci e ai creditori, l’offesa è di particolare tenuità e il comportamento risulta non abituale.

Si osserva come tali disposizioni introducano elementi di discrezionalità che lasciano dunque alla magistratura il compito di individuare “i fatti di lieve entità” e la “particolare tenuità” dell’offesa che determinano gli estremi per la riduzione della pena; è il caso di rilevare, inoltre, che la pena base compresa tra 1 e 5 anni, rende non praticabile , sul piano investigativo, l’utilizzo delle intercettazioni riservate per i reati più gravi.

Il nuovo art. 2622 c.c. dedicato alle false comunicazioni nelle società quotate vede un aumento delle sanzioni (da 3 a 8 anni di reclusione), giustificata dalla maggior rilevanza e ampiezza degli interessi coinvolti che in tali società.

Tale norma punisce quegli stessi soggetti elencati all’art. 2621 c.c. che, “al fine di conseguire per sé o per altri un ingiusto profitto, nei bilanci, nelle relazioni o nelle altre comunicazioni sociali dirette ai soci o al pubblico, consapevolmente espongono fatti materiali non rispondenti al vero ovvero omettono fatti materiali rilevanti la cui comunicazione è imposta dalla legge sulla situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società o del gruppo al quale la stessa appartiene, in modo concretamente idoneo ad indurre altri in errore”.

Anche per tali società il reato di falso in bilancio risulta integrato attraverso l’esposizione ovvero l’omissione di fatti materiali non rispondenti al vero e diviene “reato di pericolo”, non rilevando più l’effettività del danno arrecato a soci o creditori ma solo la potenzialità dello stesso. 

Si osserva che rispetto alle non quotate, non si prevede che i fatti materiali non rispondenti al vero siano “rilevanti” e ciò fa pensare ad un’estensione della rilevanza penale anche per fatti non veritieri ritenuti di scarsa rilevanza.

Da ultimo occorre dar conto della modifica dell'art. 25-ter del DLgs. 231/2001 concernente i reati societari presupposto della responsabilità amministrativa degli enti. Aseguito della sopra menzionata modifica è innalzata anche la sanzione amministrativa  della quale potrebbe essere chiamata a rispondere la società per le false comunicazioni sociali nei casi di responsabilità amministrativa dell’ente.

In Gazzetta i nuovi elenchi Black list

Ecco pubblicati in Gazzetta Ufficiale i decreti del Ministero dell’Economia e delle Finanze (DM del 27.4.2015 e del 30 marzo 2015 in GU 11.05.2015), con cui si dà attuazione alle disposizioni della Legge di Stabilità 2015 (L. 190/2014) in materia black list degli Stati o territori a fiscalità privilegiata. 

 

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Prima di descrivere i summenzionati decreti occorre subito rilevare che la normativa black list è destinata a subire ulteriori interventi ad opera dello schema di DLgs. di riforma della fiscalità internazionale, approvato in via preliminare dal Governo il 21.4.2015 e attualmente all’esame del Parlamento. Quest’ultimo prevede che le spese e gli altri componenti negativi derivanti da operazioni effettivamente eseguite con fornitori black list potranno essere dedotti nei limiti del valore normale. Per dedurre di più rispetto al valore normale, il contribuente italiano dovrà dimostrare l’effettivo interesse economico all’operazione con la controparte straniera.

Secondo quanto esposto nella nostra news n. 10-2015, la legge di stabilità 2015 n. 140/2014, intervenendo sugli artt. 167 e 110 del Tuir, ha modificato i criteri per l’individuazione dei Paesi black list rispettivamente ai fini dell’applicazione della disciplina sulle “Controlled foreign companies” (Cfc) e ai fini dell’indeducibilità dei costi, prevedendo, in particolare che per l’individuazione di tali Stati o territori:

- ai fini della Cfc, la soglia del minor livello di tassazione, rispetto a quello italiano, passi dal 30% al 50%.

- ai fini dell’indeducibilità dei costi venga effettuata avendo riguardo al solo parametro dell’assenza di strumenti di scambio di informazioni tra l’Italia e lo Stato o territorio estero

Rispetto al contenuto del DM 23.1.2002 (contenente l’elenco Stati BL ex art. 110 c. 10 Tuir) vengono, quindi, espunti ben 21 Stati o territori che hanno con l’Italia una Convenzione contro le doppie imposizioni o un Accordo per lo scambio di informazioni ai fini fiscali (TIEA) in vigore, come Costa Rica, Emirati Arabi, Filippine, Isole del Canale e Isole Cayman, Malaysia, Mauritius e Singapore. Ne consegue che gli acquisti di beni e servizi da tali Paesi diventano sempre deducibili per le imprese italiane. Il nuovo decreto mantiene la suddivisione presente anche nel DM 23 gennaio 2002, tra paradisi fiscali “puri”, paradisi fiscali con eccezioni e paradisi fiscali limitatamente a determinate tipologie societarie. 

Rimangono nella black list Hong Kong, Liechtenstein e tra i paradisi fiscali “con eccezioni” il Bahrein e il Principato di Monaco (quest’ultimo con esclusione delle società che realizzano almeno il 25% del fatturato al di fuori del Principato). 

Un discorso a parte va fatto per la Svizzera. La ratifica non ancora avvenuta dell’accordo sullo scambio di informazioni non consente per ora l’uscita definitiva dalla black list italiana: in particolare la Svizzera scompare dalla lista dei Paradisi fiscali “assoluti” (art. 1 del DM 23.1.2002), ma resta nella lista nera limitatamente alle società non soggette alle imposte cantonali e municipali, quali le holding ausiliarie e «di domicilio».

A seguito della pubblicazione in Gazzetta del DM 30 marzo 2015, dall’elenco dei Paesi che fanno scattare la disciplina sulle Controlled foreign companies (Cfc), con tassazione del reddito per trasparenza in capo alla controllante italiana, vengono esclusi Singapore, Malesia e Filippine. 

Non è stata prevista alcuna decorrenza specifica per le nuove norme in commento. Non appare, quindi, chiaro se esse possano valere sin dal periodo d’imposta in corso alla data della loro entrata in vigore (il 2015, o già ai fini dell’indicazione dei costi nei modelli UNICO 2015, riferiti al 2014.