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Rendite finanziarie: il prelievo passa dal 20% al 26%

Il Decreto Legge Irpef n. 66 del 24 aprile scorso, pubblicato in Gazzetta Ufficiale ed entrato in vigore il 24 aprile 2014, ha aumentato il prelievo fiscale sulle rendite finanziarie che passa dall’attuale 20% al 26%, a far data dal 1° luglio 2014. Si ricorda che già il decreto Monti DL n. 138/2011, convertito, con modificazioni, nella legge 14 settembre 2011 n. 148 aveva innalzato dal 12,5% al 20% la tassazione delle rendite finanziarie, a partire dal 1° gennaio 2012.

 

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Il provvedimento in oggetto, come noto, servirà a finanziare la riduzione in media del 10% delle aliquote dell’Irap sulle imprese, a partire dal periodo d'imposta 2014. L'art. 3, comma 1, del Decreto Irpef ha fissato al 26% la misura delle ritenute e delle imposte sostitutive sugli interessi, premi e ogni altro provento di cui all'art. 44 T.U.I.R. (redditi di capitale), nonché sui redditi diversi di cui all'art. 67, comma 1, lettere da c-bis) a c-quinquies), T.U.I.R. In pratica l’aumento colpisce le rendite finanziarie attualmente tassate con aliquota al 20% e che comprendono, tra l'altro, gli interessi e altri proventi derivanti da conti correnti e depositi bancari e postali, nonché da azioni, obbligazioni, conti deposito e fondi di investimento.

Sono interessati all’aumento anche i redditi determinati dalle partecipazioni non qualificate (dividendi e capital gains). Tale modifica amplierà le casistiche nelle quali sarà più conveniente il regime fiscale delle partecipazioni qualificate (25% del capitale nelle società non quotate/ 5% nelle quotate, oppure 20% dei diritti di voto nelle società non quotate/2% nelle quotate) rispetto a quello delle non qualificate, segnando, quindi una probabile inversione di tendenza nelle strategie di distribuzione delle quote societarie con effetto sulle scelte di pianificazione.

La nuova aliquota si applica ai dividendi e ai proventi percepiti e agli interessi e altri proventi maturati a decorrere dal 1° luglio 2014, ad esclusione dei titoli di Stato come Bot e Btp e i fondi pensione; l’art. 3, comma 2 prevede espressamente, infatti, che restino fuori dall'applicazione della nuova aliquota gli interessi e i redditi diversi derivanti:

-       dai titoli di Stato e degli enti territoriali italiani, di cui all’art. 31 DPR 601/1973 e dai titoli equiparati e similari emessi da altri enti e amministrazioni statali quali Regioni, Province, Comuni e altri enti territoriali.

-       dai titoli equiparabili a quelli pubblici italiani ai sensi dell’art. 12 comma 13bis D Lgs n. 461/1997, emessi "dagli Stati inclusi nella lista di cui al decreto emanato ai sensi dell'art. 168-bis, comma 1, del testo unico n. 917 del 1986 e obbligazioni emesse da enti territoriali dei suddetti Stati" (c.d. Stati "white list"). La circolare n. 11/2002 ha cdhiarito che gli Stati WL sono quelli inclusi nel DM del 4 settembre 1996, con i quali è in vigore lo scambio di informazioni

Tali ultimi redditi, già esclusi dal precedente provvedimento di incremento della tassazione al 20%, restano quindi assoggettati all’aliquota del 12,50%.

 

 

Addio definitivo alla ritenuta del 20% sui bonifici esteri

Il Decreto Legge IRPEF approvato dal Consiglio dei Ministri il 18 aprile scorso, in corso di pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale, ha definitivamente eliminato l’obbligo di ritenuta del 20% sui bonifici esteri di cui all'articolo 4, comma 2, del decreto legge 28 giugno 1990 n. 167 convertito con modificazioni nella Legge 4 agosto 1990 n. 227. Con tale intervento normativo si è posto fine al contrastato e controverso iter legislativo della disposizione normativa che aveva di recente introdotto una ritenuta del 20% sui flussi finanziari provenienti dall’estero.

 

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Come noto, la Legge Europea 2013 (L. 97/2013) aveva riscritto l’art. 4, comma 2, del D.L. 167/1990, prevedendo che, dall’anno 2014, gli investimenti detenuti all’estero e le attività estere di natura finanziaria delle persone fisiche e assimilati dovessero essere soggetti a ritenuta d’acconto o ad imposta sostitutiva delle imposte sui redditi

La decorrenza della norma era inizialmente fissata al 1° gennaio 2014. Successivamente, tenuto conto delle difficoltà sollevate dagli operatori, con Provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle Entrate del 19.02.2014 protocollo 2014/24663, la decorrenza degli adempimenti veniva rinviata al 1° luglio 2014.

La nota del Ministero Economia, n. 46 del 19.02.2014, chiariva le ragioni di tale rinvio e preannunciava una futura e definitiva abrogazione della ritenuta. La nota in commento, oltre a sottolineare l’inutilità della nuova ritenuta in ingresso in quanto finalizzata a ottenere informazioni già disponibili attraverso il canale delle scambio di informazioni, garantiva la restituzione degli acconti eventualmente già trattenuti da intermediari finanziari, relativi alle ritenute operate nel periodo 1° febbraio 2014 – 19 febbraio 2014., per i flussi ricevuti nel mese di gennaio 2014.

 

Ora il Decreto IRPEF citato, risolve in maniera definitiva la questione, abrogando la norma in esame.

Cedolare secca al 10% per locazioni a canone concordato

Il decreto legge n. 47 del 28 marzo 2014, Piano Casa in vigore dal 29 marzo scorso ha previsto la riduzione dell’aliquota della cedolare secca per i contratti di locazione a canone concordato. L'aliquota della cedolare secca sui redditi derivanti da canoni di locazione prevista all'art. 3, comma 2, 4° periodo, d.lgs. n. 23/2011, è quindi ridotta al 10% per il quadriennio 2014-2017.

 

 

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La “cedolare secca” è un regime facoltativo, previsto per le persone fisiche titolari del diritto di proprietà o del diritto reale di godimento su unità immobiliari ad uso abitativo locate a privati; restano esclusi gli immobili locati nell’esercizio di attività di impresa o di arti e professioni. Tale regime agevolativo si sostanzia nel pagamento di un’imposta sostitutiva dell’Irpef e delle addizionali dovute sul reddito fondiario dell’immobile. La cedolare sostituisce altresì l’imposta di registro e l’imposta di bollo, ordinariamente dovute per registrazioni, risoluzioni e proroghe dei contratti di locazione (ad esclusione dell’imposta di registro per la cessione del contratto di locazione). L’opzione, salvo revoca, è vincolante per l’intero periodo di durata del contratto (o della proroga) o, nei casi in cui l’opzione sia esercitata nelle annualità successive alla prima, per il residuo periodo di durata del contratto. La scelta per la cedolare secca implica la rinuncia alla facoltà di chiedere, per tutta la durata dell’opzione, l’aggiornamento del canone di locazione, anche se è previsto nel contratto, inclusa la variazione Istat.

Il decreto sul piano casa ha confermato la riduzione dal 15 al 10% della cedolare secca sugli affitti a canone concordato. Il beneficio riguarda quindi i soli contratti di locazione a canone concordato relativi ad abitazioni ubicate nei comuni con carenze di disponibilità abitative di cui all’art. 1, lettera a) e b) del dl 551/1988 (in pratica, dei comuni di Bari, Bologna, Catania, Firenze, Genova, Milano, Napoli, Palermo, Roma, Torino e Venezia e dei comuni confinanti con gli stessi nonché gli altri comuni capoluogo di provincia) nonché nei comuni ad alta tensione abitativa (individuati dal Cipe).

I vantaggi di un'aliquota unica al 10%, che sostituisce l'Irpef, le sue addizionali comunali e regionali, il bollo e l'imposta di registro sono consistenti e potrebbero indurre a rivedere le scelte fatte in passato. Ed infatti chi avesse già stipulato un contratto a canone concordato, senza optare per la cedolare, può sempre comunicare tale scelta entro il termine per il pagamento annuale dell'imposta di registro.

Lo sconto fiscale è invece automatico per coloro che hanno già applicato la cedolare su un affitto convenzionato: in questo caso, infatti, la riduzione del prelievo si applica su tutti i canoni percepiti dal 2014 al 2017, senza bisogno di alcun adempimento. I benefici si producono fin dalla prossima dichiarazione dei redditi, in quanto la determinazione dell'acconto per l’anno 2014 dovrà tener conto della aliquota ridotta.

Più complicato il discorso per chi ha un contratto libero stipulato da poco: per optare per il canone concordato, infatti, è necessaria una disdetta anticipata e la stipula di un nuovo contratto, operazione che presuppone necessariamente un accordo con l'inquilino che dovrà essere disposto ad accettare anche e soprattutto una diversa durata del contratto.

 

Si ricorda che l’opzione per la cedolare secca da quest’anno va effettuata attraverso il nuovo modello RLI, previo invio all'inquilino di raccomandata con cui gli si comunica l'applicazione della cedolare e la rinuncia all'aggiornamento automatico del canone. 

Riformulato lo schema di rilevanza penale degli omessi versamenti IVA

La Corte costituzionale ha modificato la soglia di punibilità prevista per i fatti di omesso versamento IVA commessi sino al 17 settembre 2011, allineandola a quella prevista per il più grave reato di dichiarazione infedele pari appunto a € 103.291,38. Con sentenza numero 80 del 7 aprile 2014, infatti, ha dichiarato costituzionalmente illegittimo l’art. 10-ter del d.lgs. n. 74 del 2000 nella parte in cui, con riferimento ai fatti commessi sino al 17 settembre 2011, punisce l’omesso versamento dell’IVA dovuta in base alla relativa dichiarazione annuale, per importi non superiori, per ciascun periodo di imposta, ad euro 50.000,00.

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 Lo schema di punibilità penale dei reati fiscali in materia di Iva ne risulta così modificato:

 

Norma

Soglia ante 17.09.2011

Soglia post 17.09.2011

Omesso versamento IVA

Art. 10 ter D Lgs 74/2000

103.291,38*

50.000,00

Dichiarazione infedele

Art. 4 D Lgs 74/2000

 103.291,38

50.000,00

Omessa o fraudolenta dichiarazione

Art. 5 D Lgs 74/2000

77.000,00

30.000,00

*come modificata da Corte Costituzionale a seguito incostituzionalità norma art. 10 ter DLgls 74/2000

Con la sentenza in commento la Corte Costituzionale è intervenuta a correggere le iniquità della disciplina penale sugli omessi versamenti Iva, di cui all’articolo 10-ter del decreto 74/2000, che prevedeva una soglia di punibilità inferiore a quelle stabilite per la dichiarazione infedele e l’omessa dichiarazione dagli articoli 4 e 5 del medesimo decreto legislativo, prima delle modifiche apportate dal D.lgs n. 138 del 2011 (rispettivamente, euro 103.291,38 ed euro 77.468,53).

Come noto, la norma di cui all’art. 10-ter del D.lgs. n. 74 del 2000 punisce il reato di omesso versamento di IVA e mira a colpire i fenomeni di evasione che si realizzino nella fase successiva a quella di determinazione della base imponibile. Tale norma, che protegge l’interesse del fisco alla riscossione dell’imposta così come “autoliquidata” dallo stesso contribuente, stabilisce che “la disposizione di cui all’articolo 10-bis si applica, nei limiti ivi previsti, anche a chiunque non versa l’imposta sul valore aggiunto, dovuta in base alla dichiarazione annuale, entro il termine per il versamento dell’acconto relativo al periodo di imposta successivo”. Presupposto per la sua applicazione è che il soggetto di imposta abbia presentato la dichiarazione annuale ai fini dell’IVA, dalla quale risulti un saldo debitorio superiore a 50.000 euro, senza che sia seguito il pagamento, entro il termine previsto, della somma ivi indicata come dovuta. Il richiamo all’art. 10-bis dello stesso D.lgs. n. 74 del 2000, oltre ad individuare il trattamento sanzionatorio (reclusione da sei mesi a due anni), vale ad estendere alla violazione in esame la soglia quantitativa di punibilità stabilita dalla disposizione richiamata per l’omesso versamento di ritenute. L’omesso versamento dell’IVA di cui all’art. 10-ter costituisce, di conseguenza, reato solo se di “ammontare superiore a 50.000 euro per ciascun periodo di imposta”.

Come rilevato dalla Corte, emerge allora un evidente difetto di coordinamento tra la soglia di punibilità inerente al delitto in questione e quelle relative ai delitti in materia di dichiarazione di cui all’art. 4 (dichiarazione infedele) e all’art. 5 (omessa dichiarazione) del D. Lgs. 74/2000. L’art. 5, ad esempio, in tema di omessa dichiarazione, richiedeva (fino all’intervento legislativo del 2011) per la punibilità della omessa dichiarazione che l’imposta evasa fosse superiore, con riferimento a taluna delle singole imposte, ad euro 77.468,53. Ciò comportava l’illogica conseguenza che, per un’IVA situata tra i 50.000 e i 77.468,53 euro, veniva trattato in modo deteriore chi avesse presentato regolarmente la dichiarazione IVA, senza versare l’imposta dovuta in base ad essa, rispetto a chi non avesse presentato la dichiarazione.

Proprio per far venir meno tale discrasia, nel 2011 il legislatore, con il citato D.L. 13 agosto 2011, n. 138 convertito, con modificazioni, dalla L. 14 settembre 2011, n. 148, è intervenuto riducendo la soglia di punibilità della omessa dichiarazione da 50.000 euro a 30.000 portandola, dunque, ad un importo inferiore rispetto a quello della soglia di punibilità dell’omesso versamento dell’IVA, rimasta inalterata. Tali modifiche, in virtù del principio del favor rei risultano applicabili ai soli fatti successivi alla data di entrata in vigore della relativa legge di conversione 17 settembre 2011. Il problema si pone, pertanto, per i fatti commessi prima di tale data.

Al fine di rimuovere la riscontrata violazione del principio di eguaglianza la Corte Costituzionale ha allineato la soglia di punibilità dell’omesso versamento dell’IVA, quanto ai fatti commessi sino al 17 settembre 2011, alla più alta fra le soglie di punibilità delle violazioni in rapporto alle quali si manifesta l’irragionevole disparità di trattamento: quella, cioè, della dichiarazione infedele (euro 103.291,38). 

Depositi bancari esteri: reintrodotta la soglia di € 10.000 per il monitoraggio fiscale

Con la legge di conversione del D.L. 4/2014, è stato approvato anche l’emendamento che reintroduce la soglia minima di 10.000,00 euro per l’indicazione nel quadro RW del modello Unico dei depositi e c/c bancari. Si ricorda che l’eliminazione della soglia minima di valore, per la compilazione del quadro RW era avvenuta a seguito delle modifiche introdotte dalla legge europea (97/2013) sugli adempimenti in materia di «monitoraggio fiscale»

 

 

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Come chiarito dalla circolare 38/E dell'agenzia delle Entrate, le modifiche sul monitoraggio fiscale introdotte la scorsa estate dalla Legge 97/2013 si sono rese necessarie dopo che l'Unione europea aveva aperto una procedura di infrazione sull'Italia per la sproporzione delle sanzioni adottate per le violazioni in materia di monitoraggio fiscale. Insieme alla rimodulazione delle penalità, si ricorda che sono state modificate le regole di compilazione del quadro RW con l'eliminazione della sezione I (relativa ai trasferimenti attraverso non residenti senza il tramite di intermediari italiani) e della sezione III (trasferimenti da, verso e sull'estero) oltre che del limite dei 10mila euro al di sotto del quale in precedenza non andava compilato il quadro.

Ora, l’art. 2 della legge di conversione del D.L. 4/2014, ha integrato l’art. 4, co. 3, D.L. 167/1990, aggiungendovi un nuovo comma 4bis in base al quale “gli obblighi di indicazione nella dichiarazione dei redditi previsti nel comma 1 non sussistono altresì per i depositi e conti correnti bancari costituiti all'estero il cui valore massimo complessivo raggiunto nel corso del periodo d'imposta non sia superiore a 10.000 euro”.

Ante modifiche, la disposizione escludeva dall’obbligo di indicazione in dichiarazione soltanto le attività finanziarie affidate in gestione a intermediari residenti e i contratti conclusi mediante gli stessi, nel caso in cui i relativi redditi erano già stati sottoposti a ritenuta o a imposta sostitutiva. La nuova previsione normativa, reintroduce la soglia di 10.000, al di sotto della quale non sussiste l’obbligo di compilazione del quadro RW, ma soltanto con riferimento ai depositi e conti correnti bancari costituiti all'estero. Di conseguenza, per le altre attività finanziarie e per gli investimenti esteri la compilazione del quadro RW è necessaria senza alcun limite.

Occorre precisare che, a differenza di quanto previsto in passato, ora il limite dei 10.000 euro andrà verificato in relazione al valore massimo complessivo che il deposito o il conto corrente bancario ha raggiunto durante il periodo d’imposta. Di conseguenza, la verifica della soglia dei 10.000 euro non dovrà avvenire rispetto al valore del c/c bancario o del deposito alla fine del periodo d’imposta, bensì tenendo conto di versamenti e prelevamenti effettuati durante il periodo d’imposta.

 

in ogni caso, come precisato nella Circolare dell’Agenzia delle Entrate n. 45/E del 13 settembre 2010, l’obbligo non sussiste qualora i redditi derivanti dal conto corrente o dal deposito siano riscossi attraverso l’intervento di intermediari italiani.