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Capitale sociale minimo a € 50.000 per spa e sapa

Con provvedimento del Governo del 13 giugno scorso, in corso di pubblicazione nella GU, è stato ridotto il capitale sociale minimo delle Società per Azioni dagli attuali 120.000,00 euro a 50.000, 00 euro. Tale disposizione, applicabile anche alle società in accomandita per azioni, ha lo scopo di incentivare la costituzione di tali società in un periodo di stretta creditizia del sistema bancario.

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Con modifica dell’art. 2327 del Codice Civile si prevede dunque che “la società per azioni deve costituirsi con un capitale non inferiore a cinquantamila euro” (prima centoventimila euro). La modifica si applica anche alle SAPA, in virtù del rinvio all’art. 2327 c.c. espressamente dall’art. 2454 c.c.. 

Si ricorda che per le Srl, la misura del capitale minimo resta pari a 10.000 euro, ma l’art. 2463 c.c. prevede tuttavia che “l’ammontare del capitale può essere determinato in misura inferiore a euro diecimila, pari almeno a un euro. In tal caso i conferimenti devono farsi in denaro e devono essere versati per intero alle persone cui è affidata l’amministrazione”; ciò vale anche per la Srl semplificata, disciplinata dall’articolo 2463-bis.

La modifica legislativa impatta su tutta una serie di disposizioni applicabili a tutte le società di capitali, comprese le S.r.l., legate al minimo del capitale sociale:

- le perdite rilevanti ai fini delle disposizioni di cui agli articoli 2446 e 2447 del codice civile dovranno ora essere considerate in misura pari ad 1/3 di 50.000 euro; pertanto la ricostituzione del capitale per perdite dovrà avvenire nel rispetto del nuovo limite di capitale minimo;

- per le SRL, ma anche per le cooperative, la nomina dell’organo di controllo o del revisore sarà obbligatoria se il capitale sociale risulti non inferiore a euro 50.000,00, dato che l’art. 2477, comma 2, c.c. ancora l’obbligo al mimino capitale della S.p.a..

In merito a quest’ultimo punto, si rileva come secondo le ultime notizie, al fine di evitare un ampliamento eccessivo dello società soggette a controllo, sarebbe all’esame un emendamento in base al quale il superamento del nuovo limite di 50.000 euro del capitale non farebbe scattare automaticamente l’obbligo di nomina dell’organo di controllo.

Occorrerà pertanto attendere la pubblicazione in Gazzetta del decreto per verificare quale sarà l’effettivo impatto delle nuove disposizioni normative.

 

Bonus fiscale per le erogazioni liberali a sostegno della cultura

Il Governo, con il recente “Decreto cultura” DL 83/2014 (G.U. 31.5.2014 n. 125), entrato in vigore il 1° giugno scorso ha introdotto alcune misure agevolative a favore della cultura; tra le varie misure è stato introdotto il cosiddetto “Art bonus”, ovvero un sistema di incentivi fiscali per i privati che decidono di fare donazioni per il restauro di un bene culturale, con un credito d'imposta per il periodo 2014-2016.

 

 

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L’agevolazione riguarda le erogazioni liberali in denaro effettuate nei tre periodi d’imposta successivi a quello in corso al 31.12.2013, per interventi di manutenzione, protezione e restauro di beni culturali pubblici, sostegno degli istituti e dei luoghi della cultura di appartenenza pubblica, realizzazione di nuove strutture, restauro e potenziamento di quelle esistenti delle fondazioni lirico-sinfoniche o di enti o istituzioni pubbliche che, senza scopo di lucro, svolgono esclusivamente attività nello spettacolo.

Il “bonus art” è riconosciuto in misura pari al:

ü  65% delle erogazioni liberali effettuate in ciascuno dei primi 2 periodi d’imposta (2014 e 2015, per i soggetti solari);

ü  50% delle erogazioni liberali effettuate nel 3° periodo d'imposta (2016, per i soggetti solari).

nel limite:

  • del 15% del reddito imponibile, per le persone fisiche e enti non commerciali;

 

  • del 5 per mille dei ricavi annui, per i soggetti titolari di reddito d’impresa.

L’applicazione del credito d’imposta è alternativo alla detrazione Irpef del 19% di cui all’art. 15, c. 1, lett. h) e i), e alla deduzione Ires di cui all’art. 100, c. 2, lett. f) e g), del Tuir.

Il credito d'imposta deve essere ripartito in 3 quote annuali di pari importo. Per i soggetti titolari di reddito d'impresa è utilizzabile in compensazione mediante modello F24, ex art. 17 d.lgs. n. 241/1997 e non rileva ai fini delle imposte sui redditi e dell'Irap. Al suo utilizzo non si applica il limite di 250.000,00 euro per l’utilizzo dei crediti d’imposta di cui al quadro RU previsto dall’art. 1 co. 53 della L. 244/2007, né il limite generale alle compensazioni di 700.000,00 euro, di cui all’art. 34 della L. 388/2000.

Per beneficiare del credito d’imposta occorre presentare al Ministero dei Beni e delle Attività culturali e del turismo una dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà relativa alle documentazioni e alle certificazioni richieste.

 

Inoltre è imposto un obbligo di trasparenza in capo al soggetto beneficiario delle erogazioni liberali il quale è tenuto a comunicare mensilmente al Ministero dei Beni e delle Attività culturali e del turismo l’ammontare delle erogazioni liberali ricevute nel mese di riferimento e a rendere pubblici l’ammontare delle liberalità ricevute, la destinazione e l’utilizzo delle stesse, anche mediante pubblicazione sul proprio sito web.

Utili precisazioni in materia di perdite su crediti

Assonime con circolare n. 18 del del 30 maggio 2014 e l’Agenzia delle Entrate con circolare n. 14/E del 4 giugno 2014, forniscono ulteriori indicazioni utili in merito alle recenti novità normative intervenute in merito alla disciplina delle perdite e delle svalutazioni su crediti di cui al DL 83/2012 e alla recente legge n. 147 del 2013 (legge di stabilità per il 2014).

 

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In particolare, Assonime affronta il tema della esistenza degli elementi certi e precisi in grado di giustificare la deducibilità fiscale della perdita, distinguendo due categorie di perdite: quelle derivanti da processi valutativi, rilevate sulla base di elementi comprovanti l’irrecuperabilità, e quelle di tipo realizzativo che scaturiscono dalla perdita della titolarità giuridica del credito per effetto di atti dispositivi.

Secondo Assonime, soltanto con riferimento alle perdite di natura valutativa grava l’onere in capo al contribuente di provare la sussistenza degli elementi certi e precisi di cui all’art. 101 comma 5 del Tuir. Relativamente alle perdite di natura realizzativa, per contro, la sussistenza degli elementi certi e precisi è comprovata dalla stessa operazione di realizzo; in tal caso, tuttalpiù, potrebbe essere necessaria la prova della congruità della perdita, che potrebbe essere un indizio della sua non inerenza (ad esempio quando emerga uno spirito di liberalità nei confronti del debitore o la cessione sia avvenuta a un corrispettivo palesemente non congruo).

La tesi di Assonime, conforme all’orientamento della dottrina maggioritaria, ma avversata in passato dall’Agenzia delle Entrate e dalla Cassazione, trova piena legittimità nelle novità previste dalla Legge di stabilità 2014, che, si ricorda, ha ammesso ex lege la deducibilità delle perdite su crediti iscritte in bilancio nel rispetto dei corretti principi contabili; in tal modo risultano ormai superati gli orientamenti dalla giurisprudenza e della prassi, volti a richiedere sempre la dimostrazione della definitività della perdita su crediti.

In secondo luogo, Assonime solleva la questione se sia possibile procedere alla rilevazione di una perdita su crediti in caso di cessioni di credito pro-solvendo, dato che l’opinione prevalente è quella di attribuire rilevanza esclusivamente alla cessione pro soluto, in quanto rappresenta l’unico caso di cessione definitiva del credito (OIC modifiche al principio contabile n.15).

Anche l’Agenzia, con la recente circolare n.14/E/2014 ha fornito nuovi chiarimenti in relazione alla deducibilità per i crediti anche alla luce del nuovo principio contabile nazionale OIC 15. Ai fini della eliminazione del credito dal bilancio, e quindi per la deducibilità della perdita, secondo il principio contabile occorre prestare attenzione al trasferimento dei rischi inerenti lo strumento finanziario ceduto. Di conseguenza, tutte le volte in cui il credito si estingue o viene ceduto in un’operazione di cessione che trasferisce al cessionario sostanzialmente tutti i rischi, il credito deve essere cancellato dal bilancio, iscrivendo alla voce B14 del conto economico la differenza tra corrispettivo e valore di iscrizione del credito al momento della cessione; per contro, il trasferimento della titolarità del credito che non si accompagna ad un trasferimento dei rischi, implica che il credito deve rimanere iscritto a bilancio e conseguentemente non sussistono i presupposti per la deducibilità fiscale di un componente negativo. Si fa presente che, in tal caso, come chiarito da Assonime, potrebbe essere rilevata una perdita di natura valutativa, la cui deducibilità fiscale è subordinata alla prova della sussistenza degli elementi certi e precisi di cui all’art. 101 comma 5 del Tuir. 

In riferimento alle perdite su crediti di modesto importo, riprendendo quanto sostenuto nella precedente circolare 26/E del 2013, l’Agenzia ha affermato che sul piano fiscale si realizza una perdita su crediti di cui al comma 5 dell’art. 101 del Tuir” interamente deducibile anziché una svalutazione ex art. 106, che sarebbe deducibile nel limite dello 0,5% del valore nominale dei crediti. La deduzione è ammessa solo nel periodo in cui si realizzano entrambi i requisiti previsti dalla legge per i crediti di importo fino a 2.500 euro (5.000 per i contribuenti di grandi dimensioni): imputazione del componente negativo di rettifica e maturazione della scadenza dei sei mesi. Si renderà necessario poi monitorare che i crediti in questione non generino ulteriori perdite fiscali al momento della loro successiva cancellazione dal bilancio, né vengano presi in considerazione nel calcolo del plafond di cui all’art. 106 del Tuir.