News

Ravvedimento operoso più ampio dal 2015

Tra le misure volte a “semplificare gli adempimenti, stimolare l’assolvimento degli obblighi tributari e favorire l’emersione di base imponibile”, il disegno di legge di stabilità 2015, all’articolo 44, prevede un radicale rinnovamento dell’istituto del ravvedimento operoso.

 

* * *

 

Come noto, il ravvedimento operoso, disciplinato dall’ art. art.13 del D. Lgs. 18/12/1997, n. 472 - disposizioni generali in materia di sanzioni amministrative per le violazioni di norme tributarie, è lo strumento con il quale il contribuente può spontaneamente regolarizzare versamenti di imposte omessi o insufficienti e altre irregolarità fiscali, versando anche i relativi interessi e beneficiando di una riduzione delle sanzioni nella seguente misura:

- 0,2% giornaliero del minimo della sanzione entro 14 giorni (ravvedimento sprint)

- 1/10 del minimo della sanzione entro 30 giorni dal mancato versamento 

- 1/8 del minimo della sanzione entro il termine per la presentazione della dichiarazione relativa all'anno nel corso del quale è stata commessa la violazione ovvero, quando non é prevista dichiarazione periodica, entro un anno dall'omissione o dall'errore.

 

Al fine di rendere più efficace l’istituto in commento come strumento deflattivo del contenzioso, il disegno di legge prevede l’ampliamento delle casistiche nelle quali il contribuente può accedere alla regolarizzazione attraverso il ravvedimento operoso ed in particolare l’allungamento del termine entro cui effettuare la regolarizzazione e la rimodulazione delle sanzioni.

Con modifica del comma 8 art. 2 DPR 322/1998, viene quindi prevista la possibilità di accedere al ravvedimento anche oltre il termine di un anno dall’omissione, nell’ipotesi di presentazione di dichiarazioni integrative dei redditi, Irap e sostituti d'imposta per la correzione di errori od omissioni, le quali si ricorda, possono essere presentate entro il 31/12 del quarto anno successivo a quello di originaria presentazione. Di conseguenza, al ravvedimento sprint (entro 14 giorni dopo la scadenza con sanzione dello 0,2% per ogni giorno di ritardo), al ravvedimento breve (entro 30 giorni con sanzione pari al 3%) e a quello lungo (entro un anno con sanzione al 3,75%) si aggiungono le seguenti tre opzioni:

- ravvedimento entro 90 giorni con sanzioni al 3,3% (1/9 del minimo, pari al 30%)

- ravvedimento entro due anni, con sanzione al 4,2% (1/7 del minimo, pari al 30%)

- ravvedimento oltre due anni, con sanzioni fino al 5% (1/6 del minimo, pari al 30%)

Il disegno di legge prevede, per i tributi amministrati dall’Agenzia delle Entrate, la possibilità di utilizzare il nuovo ravvedimento operoso anche in presenza di un processo verbale di constatazione o di notifica di “avvisi bonari”. Rimane preclusa la possibilità una volta avvenuta la notifica degli atti di liquidazione e di accertamento.

Quanto all’entrata in vigore del nuovo ravvedimento operoso, vi è qualche incertezza a causa dell'assenza nella legge di Stabilità d'indicazioni specifiche sulla decorrenza delle nuove norme; non è chiaro infatti se il nuovo ravvedimento riguarderà unicamente le violazioni commesse a decorrere dal primo gennaio del 2015 o se potrà essere applicato anche a quelle pregresse. Occorre sul punto rilevare come nel settore tributario il principio del favor rei dà la precedenza alla legge più favorevole che presenta quindi effetti più lievi per il contribuente anche per il passato.

Nella tabella allegata vengono riepilogati i termini per l’accesso al ravvedimento operoso evidenziando in grassetto le novità introdotte dalla legge di stabilità.

Leverage buy out: deducibilità interessi passivi

Occorre dar conto di un recente orientamento giurisprudenziale che conferma la legittimità, anche sotto il profilo fiscale, delle cosiddette operazioni di merger leveraged buy-out (Mlbo). Si tratta di operazioni che, seppure attualmente espressamente disciplinate dalle norme civilistiche, risultano di fatto oggetto di contestazione da parte del Fisco, in quanto operazioni reputate elusive e volte ad ottenere un indebito risparmio d’imposta.

 

* * *

 

Come noto, il leveraged buy-out consiste in una delle possibili opzioni di riorganizzazione societaria finalizzata a consentire l’acquisizione del controllo della società target attraverso un impiego limitato di mezzi propri e grazie al ricorso all'indebitamento. In particolare, viene generalmente realizzata mediante fusione con acquisizione a seguito di indebitamento attraverso le seguenti fasi: a) dapprima la società promotrice costituisce una società ad hoc newco o ne utilizza una preesistente per acquisire la società target; quindi b) la newco accende finanziamenti bancari per procurarsi la provvista necessaria all'acquisizione della target, nella maggior parte dei casi, offrendo in pegno le azioni della target stessa; infine c) ad acquisizione avvenuta, si procede alla fusione della newco nella target con lo scopo principale di riunire nello stesso patrimonio l'indebitamento e i flussi di cassa prodotti dalla target.

Tale operazione di acquisizione societaria è stata legittimata sotto il profilo giuridico a seguito dell’introduzione nel nostro ordinamento dell'articolo 2501-bis del Codice civile, dalla riforma del diritto societario di cui alla legge 31 ottobre 2001 n. 366.  L’art. 2501 bis ammette tali operazioni corredandole di una serie di cautele riguardanti l’equilibrio economico finanziario dell’operazione oltre che adeguati obblighi informativi.

Per contro, sotto il profilo fiscale, l’Agenzia delle Entrate ha più volte contestato le operazioni di merger leveraged buy out (Mlbo) al fine di evitare che i redditi imponibili della società oggetto dell’acquisizione (target), vengano ridotti per effetto degli interessi passivi connessi al finanziamento assunto per la realizzazione dell’acquisizione. A tal scopo l’Agenzia ha utilizzato varie argomentazioni: la non inerenza del costo degli interessi passivi ex art. 96 TUIR; l’elusività della manovra; e, nel caso di operazioni Mlbo effettuate da soggetti non residenti, ha altresì invocato l’applicazione della normativa legata al Transfer price.

Per contro, in giurisprudenza, recenti sentenze (Ctp di Milano 1527/1/14 depositata il 14 febbraio scorso, Ctr Lombardia sentenza n.4539/14 e n. 36/34/2011) hanno affermato la legittimità anche sotto il profilo fiscale di operazioni di leverage. In particolare secondo i giudici, dette operazioni devono considerarsi non elusive a condizione che rispettino i seguenti requisiti:

- siano intercorse tra soggetti terzi, tra loro indipendenti;

- rispettino le condizioni di mercato;

- non prevedano l'utilizzo di strutture societarie o enti localizzati in paradisi fiscali;

- realizzino il risultato del mutamento degli assetti societari («change of control»). 

Tale giurisprudenza ha dunque disconosciuto l’operato dell’Agenzia delle Entrate che, sulla base della presunta natura elusiva dell’operazione, aveva negato la deducibilità degli interessi passivi correlati all’operazione.

Occorre sul punto evidenziare che tuttavia la legittimità anche sotto il profilo fiscale delle operazioni di leverage by out è correlata alla condizione che si tratti di riorganizzazioni societarie motivate in misura non marginale, da ragioni di natura extrafiscale, non necessariamente consistenti in un’attesa di immediata redditività dell’operazione, ma anche riferibili a vantaggi di carattere organizzativo, ovvero di miglioramento della struttura del business e di efficientamento della stessa in una prospettiva economico-aziendale. 

Si ricorda che anche la giurisprudenza della Cassazione (sentenza 1372/2011), ripresa della Commissione tributaria regionale della Lombardia (sentenza 36/34/2011) qui in commento, riconosce che il sindacato dell’Amministrazione stessa non può spingersi sino ad imporre all’impresa la scelta di uno strumento di ristrutturazione diverso fra quelli giuridicamente accessibili, per il solo motivo che detto strumento avrebbe determinato un maggiore carico fiscale.

Infine, si ricorda che sul tema della deducibilità degli interessi passivi, anche in operazioni di leverage by out si è in attesa dell’approvazione dei decreti attuativi della delega fiscale la quale detta uno specifico criterio direttivo indirizzato proprio a revisionare la disciplina degli interessi passivi, specificando e precisando il concetto di inerenza.

 

Exit tax

Il D.M. del 2 luglio 2014 ha modificato la disciplina in materia di “exit-tax”, ossia il regime impositivo applicabile ai trasferimenti all’estero della residenza fiscale di soggetti che esercitano imprese commerciali, di cui all’art. 166 del Tuir. Le precedenti modifiche, precisamente l’introduzione dei commi 2 quater e 2 quinquies, erano state introdotte con il D.L. n. 1 del 24.01.2012, convertito dalla L. 24.03.2012 n. 27, e regolate con il decreto attuativo del Ministero dell’economia e delle finanze del 2 agosto 2013.

 

* * * 

 

Con la locuzione exit-tax si fa riferimento, generalmente, a quelle forme di tassazione che hanno come presupposto la perdita, da parte del contribuente, della residenza nel proprio Stato e, quindi, il venir meno della potestà impositiva del predetto Stato. Le disposizioni in materia di exit-tax hanno natura antielusiva, in quanto volte ad evitare che redditi maturati prima della perdita del collegamento, e quindi rientrati nella potestà impositiva dello Stato di origine, non vengano più assoggettati a tassazione nello Stato di origine ma, piuttosto, beneficino della minore tassazione nello Stato di destinazione.

Nell’ambito dell’ordinamento italiano, l’art. 166 del Tuir regola il trasferimento della sede all’estero da parte di soggetti che  esercitano attività di impresa. Al pari di un evento a carattere realizzativo, il citato art. 166 prevede la tassazione delle plusvalenze, calcolata come differenza tra il valore normale (ex art. 9 Tuir) ed il valore fiscalmente riconosciuto dei beni trasferiti, fatto salvo il caso in cui i beni confluiscano in una stabile organizzazione in Italia (i redditi della quale, ovviamente, continuano ad essere tassati in Italia) e fino a quando tali beni non vengano distolti dalla stessa. Al contrario, si considerano comunque realizzate le plusvalenze relative a stabili organizzazioni all’estero.

La ratio è quella di evitare che con il trasferimento della residenza fiscale in altro Paese venga sottratto allo Stato di origine il potenziale gettito futuro in termini di utili e plusvalori latenti. 

Il regime di exit taxation previsto dall’art. 166 del Tuir è stato modificato dal legislatore a seguito della sentenza della Corte di Giustizia Europea relativa alla causa comunitara C-371/10 – “National GridIndus BV” in tema di libertà di stabilimento, in quanto l’articolo, nella vecchia formulazione, comportava un’anticipazione della tassazione delle plusvalenze rispetto al momento ordinariamente previsto se non vi fosse stato trasferimento della residenza (momento del realizzo).

Nella attuale formulazione, il comma 2 quater  introduce una possibilità di sospensione della riscossione della exit-tax quando il trasferimento avviene verso un Paese appartenente all’Unione Europea ovvero aderente all’Accordo sullo Spazio Economico Europeo che consenta un adeguato scambio di informazioni e che abbia stipulato con l’Italia un accordo sulla reciproca assistenza in materia di riscossione dei crediti tributari.

Conseguentemente, con il D.M. 2.08.2013 erano stati definiti l’ambito ed il contenuto della sospensione, le fattispecie che determinano la decadenza della sospensione, i criteri di determinazione dell'imposta dovuta e le modalità di versamento delle imposte.

A circa un anno, il MEF rimette mano, nuovamente, alla disciplina con l'emanazione del decreto del 02.07.2014, che abroga il decreto precedente. Le nuove disposizioni si applicano ai trasferimenti di residenza effettuati nel periodo d'imposta che inizia successivamente a quello della pubblicazione nella G.U. (2015 per i soggetti il cui periodo di imposta coincide con l’anno solare). Il trasferimento della residenza è determinato tenendo conto delle Convenzioni in materia di doppia imposizione sui redditi vigenti tra l'Italia e gli Stati UE o ASEE e di quelle tra questi e gli Stati terzi.

La plusvalenza sulla quale calcolare l’imposta include il valore dell'avviamento, comprensivo delle funzioni e dei rischi trasferiti, calcolato “sulla base dell'ammontare che imprese indipendenti avrebbero riconosciuto per il loro trasferimento”.  L'imposta è determinata in via definitiva alla fine dell'ultimo periodo d'imposta di residenza in Italia, e non rilevano le plusvalenze e le minusvalenze successive al trasferimento.

L’opzione di sospensione o rateazione deve essere esercitata per il complesso aziendale, non per i singoli beni distintamente (come inizialmente previsto nel D.M. del 2013) ma la plusvalenza complessiva è riferita a ciascun cespite in proporzione al rapporto tra il rispettivo maggior valore e la sommatoria di tutti maggiori valori.

All’importo dell’imposta sospesa o rateizzata  si applicano gli interessi nella misura prevista dall'art. 20 del decreto legislativo 9 luglio 1997, n. 241. 

Rimangono invece fuori dalla possibilità di sospensione o rateazione:

• i beni produttivi di ricavi (per richiamo all’art 85 TUIR); 

• i fondi in sospensione d'imposta, inclusi quelli tassabili in caso di distribuzione, iscritti nell'ultimo bilancio prima del trasferimento della residenza, non eventualmente ricostituiti nel patrimonio contabile della stabile organizzazione in Italia; 

• gli altri componenti positivi e negativi che concorrono a formare il reddito dell'ultimo periodo d'imposta di residenza in Italia, compresi quelli relativi a esercizi precedenti, non attinenti ai cespiti trasferiti, la cui deduzione o tassazione sia stata rinviata in conformità alle disposizioni del TUIR. 

Relativamente alle perdite pregresse non utilizzate, le nuove regole non differiscono da quanto previsto dal D.M. del 2013: la compensazione avverrà prioritariamente con il reddito dell'ultimo periodo d'imposta di residenza in Italia, comprensivo dei componenti sopra elencati che non possono dar luogo a sospensione o rateazione. L'eccedenza, unitamente all'eventuale perdita di periodo, compenserà la plusvalenza “di trasferimento”. Le eventuali perdite ancora residue saranno computabili in diminuzione del reddito della eventuale stabile organizzazione in Italia. 

Le imposte sui redditi oggetto di sospensione devono essere versate al verificarsi del primo dei seguenti eventi: 

• per i beni e i diritti ammortizzabili (inclusi quelli immateriali e l'avviamento), l'esercizio di maturazione delle quote residue di ammortamento che sarebbero state ammesse in deduzione ai fini dell'ordinaria determinazione del reddito d'impresa, indipendentemente dalla imputazione al conto economico; 

• per le partecipazioni e gli strumenti finanziari similari alle azioni, non produttivi di ricavi ex art 85 TUIR, l'esercizio di distribuzione degli utili o delle riserve di capitale; 

• per strumenti finanziari, anche derivati, diversi da quelli di cui al punto precedente, il maggior valore è suddiviso in quote costanti in base al periodo di durata residua dei medesimi; 

• per ciascuno dei predetti elementi e per gli altri elementi patrimoniali non soggetti a processo di ammortamento, l'esercizio in cui si considerano realizzati ai sensi delle disposizioni del Tuir; 

• il decorso di dieci anni dalla fine dell'ultimo periodo d'imposta di residenza in Italia.

Per quanto concerne la rateizzazione, le imposte dovute sono versate in 6 rate annuali di pari importo.

Il D.M. in commento prevede cause di decadenza dalla sospensione o rateazione, con il conseguente pagamento del residuo entro il termine previsto per il successivo versamento:

• operazioni straordinarie che comportino il trasferimento dei componenti di cui al ad altro soggetto residente in uno Stato non UE o non ASEE;

• apertura di una procedura di insolvenza, di liquidazione, l'estinzione;

• il trasferimento della residenza in Stati o territori non UE o non ASEE;

• la cessione delle quote da parte dei soci di società semplici,  in nome collettivo e in  accomandita semplice (ed enti equiparati ex art 5 TUIR).

Con provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle Entrate n° 9214 del 10.07.2014 sono state definite le modalità di esercizio dell'opzione e di prestazione di idonee garanzie.

 

Rapporti con Paesi a fiscalità privilegiata: modifiche in arrivo

Le preannunciate novità relative ai rapporti con soggetti residenti in Paesi Black list sono ormai prossime. Il Decreto sulle semplificazioni fiscali, definitivamente approvato dal Consiglio dei Ministri il 30 ottobre scorso, in attuazione della legge delega n. 23 del 11.03.2014, e in attesa di pubblicazione sulla GU, interviene a semplificare gli adempimenti relativi alle comunicazioni delle operazioni con i paradisi fiscali. In più, il testo del disegno di legge di Stabilità 2015, all’esame del Parlamento, prevede una modifica dei criteri su cui fondare l’individuazione dei regimi fiscali privilegiati in relazione ai quali si applica la presunzione di indeducibilità dei costi di cui all’art. 110 co. 10 del TUIR.

 

* * * 

 

L’art. 21 del DLgs. “semplificazioni” modifica la periodicità delle comunicazioni relative alle operazioni con i paradisi fiscali di cui all’art. 1 del DL 40/2010 e le condizioni a seguito delle quali è obbligatorio il monitoraggio. In particolare:

- la periodicità, da mensile o trimestrale, diviene annuale;

- la comunicazione diviene obbligatoria solo se l’importo complessivo annuo delle operazioni è superiore a 10.000,00 euro.

Entrambe le novità riguardano le operazioni effettuate nell’anno solare in corso alla data di entrata in vigore del decreto legislativo che, salvo improbabili ritardi nella pubblicazione sulla G.U., dovrebbe essere il 2014. 

Occorre segnalare alcuni aspetti non chiari della nuova normativa:

- se la comunicazione annuale riferita al 2014 deve contenere anche i dati già inviati con le comunicazioni mensili o trimestrali già presentate nel corso dell’anno;

- se il termine di presentazione della comunicazione annuale coincida o meno con quello dello spesometro (il 10 aprile dell'anno successivo a quello di riferimento, per i soggetti obbligati che effettuano la liquidazione Iva mensile; il 20 aprile, per gli altri.);

- se la soglia di 10.000,00 euro debba essere riferita a ciascuna controparte estera.

Come anticipato in premessa, inoltre, l’art. 44 comma 40 del Ddl. di Stabilità 2015 contiene una proposta di modifica dei criteri per l’individuazione dei Paesi a fiscalità privilegiata, stabilendo che nelle more dell’emanazione della white list prevista dall’art. 168-bis del TUIR, gli Stati andranno identificati “con esclusivo riferimento all’assenza di un adeguato scambio di informazioni” con decreto ministeriali. L’elenco ministeriale dei Paesi black list identificherà gli Stati e territori cui si applica la disciplina dell’indeducibilità dei costi di cui all’art. 110 comma 10 del TUIR.

Tale modifica non riguarderà l’elenco dei Paesi cui si applica la presunzione di residenza delle persone fisiche o la disciplina CFC, e quindi sugli Stati soggetti all’obbligo di comunicazione ai fini IVA, per i quali bisognerà aspettare l’emanazione della white list prevista dall’art. 168-bis del TUIR; pertanto, salvo modifiche al testo di legge, Stati quali Singapore, Emirati Arabi Uniti e Filippine continueranno a essere soggetti all’obbligo di comunicazione Black list, anche se non saranno presumibilmente più interessati dal regime di indeducibilità dei costi.

Sul punto occorre infine ricordare che l’Italia in data 14 gennaio 2013 ha firmato la convenzione contro le doppie imposizioni con Hong Kong, che ad oggi è in attesa di ratifica da parte del Parlamento, al termine della quale la convenzione entrerà in vigore. Una volta ratificata la convenzione, Hong Kong uscirà dalla Black list e, conseguentemente nei rapporti con soggetti ivi residenti non si applicheranno le norme antielusive (limiti deducibilità dei costi black list, la norma sulle CFC) e i dividenti ricevuti da Hong Kong potranno essere tassati al 5% come per le altre società non ubicate in paradisi fiscali. 

 

Rendiconto Finanziario: il nuovo principio contabile italiano OIC 10

Il 5 agosto 2014 l’Organismo Italiano di Contabilità ha emanato un nuovo principio contabile, l’OIC 10, sul Rendiconto Finanziario. In precedenza, le indicazioni riguardo tale documento informativo erano contenute nella versione del maggio 2005 dell’OIC 12 “Composizione e schemi del bilancio d’esercizio di imprese mercantili, industriali e di servizi”, ora rivista e pubblicata contestualmente all’OIC in commento.

L’Organismo Italiano di Contabilità ha ritenuto opportuno dedicare un apposito principio al Rendiconto Finanziario in quanto strumento indispensabile per ottenere informazioni circa la situazione finanziaria e la sua evoluzione, anche in accordo a quanto stabilito dai Principi Internazionali con lo IAS 7 - Statement of cash flow. Pur non essendo, il rendiconto, previsto dalle norme del codice civile come documento obbligatorio, l’OIC raccomanda la sua redazione a tutte le tipologie societarie.

 

* * *

 

Le novità salienti rispetto alle indicazioni previste fino ad agosto sono le seguenti:

- eliminazione del capitale circolante netto come grandezza di riferimento per la redazione del rendiconto; 

- riformulazione delle definizioni di gestione reddituale, attività di investimento e attività di finanziamento; 

- inserimento di alcune indicazioni circa l’aggiunta, il raggruppamento e la suddivisione dei flussi finanziari e del generale divieto di compensazione tra flussi finanziari; 

- inserimento di alcune indicazioni in merito al rendiconto finanziario consolidato; 

- introduzione della distinzione tra flussi finanziari derivanti da capitale proprio o da capitale di debito nella presentazione del flusso dell’attività di finanziamento; 

- indicazioni specifiche riguardo al flusso finanziario derivante dall’acquisizione di una società controllata o di un ramo di azienda; 

- precisazioni sui flussi finanziari connessi ai derivati di copertura;

- eliminazione di alcune alternative contabili in merito a dividendi ed imposte.

La grandezza rispetto alla quale è misurata la variazione dei flussi finanziari è rappresentata unicamente dalle disponibilità liquide. In una definizione più restrittiva rispetto allo IAS 7, le disponibilità liquide sono costituite da depositi bancari e postali, da assegni, denaro e valori in cassa, anche in valuta estera. Scompare lo schema di rendiconto basato sul capitale circolante netto, in quanto poco diffuso, meno esplicativo e non presente nello IAS 7.

In calce al rendiconto, la società deve indicare l’ammontare di disponibilità liquide non liberamente utilizzabili (come, ad esempio, conti vincolati).

Il rendiconto, in forma scalare, presenta nell’ordine le seguenti sezioni: gestione reddituale, attività di investimento, attività di finanziamento. La somma algebrica dei flussi finanziari delle tre sezioni rappresenta l’incremento o il decremento delle disponibilità liquide. 

E’ espressamente vietata la compensazione interna come, ad esempio, quella tra erogazione di nuovi finanziamenti e rimborsi. 

Le operazioni non monetarie (permute di attività, emissione di azioni per acquisizione di una controllata, ecc.) non devono essere inserite nel prospetto. 

Accanto ad ogni flusso va indicato l’ammontare dell’esercizio precedente per permettere la  comparazione.

Il flusso della gestione reddituale può essere rappresentato col metodo diretto (evidenziando direttamente i flussi finanziari, metodo raccomandato dallo IAS7) o indiretto (rettificando il risultato di esercizio riportato nel conto economico, metodo più utilizzato nella prassi).

Tra i flussi finanziari dell’attività di investimento troviamo, distintamente, i flussi derivanti dall’acquisto e dalla vendita delle immobilizzazioni materiali, immateriali e finanziarie e delle attività finanziarie non immobilizzate, sempre rettificati dalle variazioni dei relativi debiti o crediti, al fine di evidenziare l’effettivo esborso o incasso dell’esercizio (le plus/minusvalenze sono ricomprese nella gestione reddituale).

Tra i flussi finanziari dell’attività di finanziamento troviamo, distintamente, i flussi derivanti dall’ottenimento o restituzione di disponibilità liquide sotto forma di capitale di rischio o di capitale di debito.

Le stesse regole valgono per la redazione del rendiconto finanziario consolidato, con l’avvertenza di elidere i flussi infragruppo. Per quanto riguarda le acquisizioni e cessioni di controllate, il flusso finanziario derivante dal corrispettivo pagato o incassato va distintamente indicato fra le attività di investimento, al netto delle disponibilità liquide acquisite o dismesse come parte dell’operazione. Tali disposizioni valgono anche nel caso di acquisizione o cessione di ramo d’azienda.

 

L’OIC tratta poi specificamente alcuni particolari flussi: 

- i dividendi incassati e pagati sono indicati, rispettivamente, nella gestione reddituale e nell’attività di finanziamento;

- gli interessi pagati e incassati sono presentati distintamente tra i flussi finanziari della gestione reddituale, a meno che non afferiscano ad attività di investimento o ad attività di finanziamento;

- i flussi finanziari relativi alle imposte sul reddito sono indicati distintamente nella gestione reddituale (non è più prevista l’indicazione fra le attività di investimento o finanziamento);

- i flussi relativi ai derivati di copertura sono presentati nella medesima categoria dei flussi finanziari dell’elemento coperto;

- i flussi derivanti da operazioni in valuta estera, distinti per classe di attività, sono iscritti nel bilancio in euro, applicando il tasso di cambio tra l’euro e la valuta estera al momento in cui avviene il flusso (il risultato di esercizio è rettificato a monte per tener conto di utili o di perdite derivanti da variazioni nei cambi non realizzati).

 

In allegato lo schema di rendiconto finanziario dell’OIC 10 e il raffronto fra le disposizioni contenute nell’OIC 10 e quelle previste dall’OIC 12 (versione maggio 2005).