Irrilevanti per il fisco i prelevamenti dei professionisti

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Con le recenti sentenze n. 12021 del 10.06.2015, n. 4585 del 06.03.2015, la Cassazione, ribaltando un consolidato orientamento pregresso, limita l’impatto di una delle norme più controverse del sistema tributario, la cosiddetta presunzione di equivalenza dei prelevamenti non giustificati a compensi professionali imponibili. In particolare, la Suprema Corte, confermando, quanto stabilito già dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 228/2014, disconosce la rilevanza dei prelevamenti non giustificati di un professionista, ai fini dell’accertamento bancario di cui all’art. 32, comma 1, numero 2), secondo periodo del DPR 600/1973. 

 

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Si ricorda come, ai sensi della normativa prevista dall’art.. 32, comma 1, numero 2), secondo periodo del DPR 600/1973, i dati risultanti dalle movimentazioni bancarie sono posti a base delle rettifiche e degli accertamenti se il contribuente non dimostra che ne ha tenuto conto per la determinazione dei redditi o che essi non hanno rilevanza a tal fine. Allo stesso modo, i prelevamenti o gli importi riscossi nell’ambito delle predette operazioni sono da considerarsi come “ricavi o compensi” a base delle stesse rettifiche ed accertamenti, se il contribuente non ne indica i soggetti beneficiari e sempreché non risultino dalle scritture contabili. La presunzione disciplinata dalla seconda parte dell’art. 32, nella sua originaria formulazione - limitata ai “ricavi”- interessava unicamente gli imprenditori; ma la legge n. 311/2004 inserendo anche i “compensi” ne ha di fatto esteso l’applicazione anche ai lavoratori autonomi. 

Tale modifica legislativa ha originato numerosi accertamenti bancari da parte dell’Agenzia delle Entrate nei confronti dei professionisti, ciò che ha dato luogo ad un notevole contenzioso.

La Corte Costituzionale, già con la sentenza n. 228/2014, ha dichiarato l’illegittimità dell’art. 32 limitatamente ai “compensi”, stabilendo che la figura del lavoratore autonomo, pur avendo talune caratteristiche in comune con quella l’imprenditore, conserva delle specificità che conducono a ritenere arbitraria l’omogeneità di trattamento prevista dal citato articolo in relazione alla presunzione relativa ai prelevamenti, secondo cui anche per il lavoratore autonomo, come per l’imprenditore, il prelevamento dal conto corrente corrisponde ad un costo da cui a sua volta si origina un ricavo. Secondo la Corte, questo, in realtà, non avviene per i lavoratori autonomi, poiché la loro attività è caratterizzata dal preminente apporto del lavoro proprio e la marginalità dell’apparato organizzativo, ben emergendo questo soprattutto nelle professioni liberali.

Se si considera poi che il regime in contabilità semplificata, spesso prescelto dalla categoria dai professionisti e lavoratori autonomi,, conduce a frequenti commistioni di entrate e spese tra sfera privata e professionale, è evidente la non ragionevolezza della presunzione per cui i prelievi ingiustificati dai conti correnti di un lavoratore autonomo possano essere considerati dal Fisco come investimenti nell’ambito professionale da cui derivi un reddito.

La Corte di Cassazione, con le recenti sentenze in commento, ha pertanto ribadito tale principio della Corte Costituzionale e affermato che la presunzione legale, relativa ai prelevamenti effettuati dal lavoratore autonomo (nel caso di specie un amministratore di condominio), sulla quale era fondato l’accertamento, “deve ritenersi inesistente, essendo stata dichiarata illegittima” dalla Consulta. 

 

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