La Corte di Giustizia “da una mano” alle esportazioni “franco fabbrica” (Causa C-563/12)

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Il caso sottoposto alla Corte di Giustizia coinvolge una società ungherese alla quale l’Amministrazione Finanziaria locale ha ritenuto di disconoscere il diritto alla non imponibilità Iva nel caso di esportazioni con clausola “ex-works”. Il mancato riconoscimento dell’esenzione da parte della Amministrazione locale è dipeso dal fatto che la spedizione delle merci verso i paesi terzi  non è avvenuta nei termini fissati dalla normativa ungherese. La Corte di Giustizia ha fissato il principio secondo il quale l’eventuale termine imposto dalla normativa nazionale non può assumere natura di termine di decadenza sostanziale e, ai fini di beneficiare dell’esenzione, deve sempre ammettersi la possibilità di dimostrare che l’esportazione è stata eseguita.

 

 

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La sentenza in oggetto è destinata ad avere effetti anche sulle norme interne posto che l’art. 8, DPR 633/1972 fissa un termine di 90 giorni dalla consegna dei beni per il trasporto o spedizione al di fuori del territorio dell’unione (cd. esportazione impropria). 

La sentenza in commento richiamandosi alla direttiva 2006/11 ricorda che la stessa non prevede la fissazione di un termine preciso affinché l’esenzione sia applicabile. La stessa sentenza, quindi, stabilisce che “la qualificazione di un’operazione quale cessione all’esportazione, ai sensi dell’articolo 146, paragrafo 1, lettera b), della direttiva 2006/11 non può dipendere dal rispetto di un termine preciso entro il quale il bene in parola deve aver lasciato il territorio doganale dell’Unione, la cui inosservanza avrebbe come conseguenza di privare definitivamente il soggetto passivo dell’esenzione all’esportazione.”

 

Il temine di cui all’art. 8, DPR 633/1972,  quindi, alla luce della sentenza della Corte di Giustizia, assume natura di termine tecnico, posto per prevenire possibili elusioni o abusi,  e non potrebbe assumere anche la caratteristica di termine di decadenza materiale al cui decorso non può essere posto, in alcun modo, rimedio. Di contro pertanto deve essere fornita al soggetto passivo la possibilità di dimostrare che l’esportazione si è perfezionata anche dopo il temine posto dalla norma richiamata con l’effetto di beneficiare comunque dell’esenzione o ottenere il rimborso dell’imposta già pagata.

Ed infatti la sentenza citata enuncia testualmente: 

“ ..che la normativa nazionale ..che assoggetta l’esenzione all’esportazione ad un termine di uscita con l’obiettivo di lottare contro l’elusione e l’evasione fiscale, senza per questo consentire al soggetto passivo di dimostrare, al fine di beneficiare di tale esenzione, che la condizione di uscita è stata soddisfatta dopo lo scadere di tale termine, e senza prevedere un diritto del soggetto passivo al rimborso dell’Iva già corrisposta in ragione del non rispetto del termine, qualora fornisca la prova che la merce ha lasciato il territorio doganale dell’Unione, eccede quanto necessario per  il conseguimento di tale obiettivo...

Alla luce delle considerazioni che precedono gli articoli 146, paragrafo 1, e 131 della direttiva 2006/112 devono essere interpretati nel senso che ostano ad una normativa nazionale secondo la quale, nell’ambito di una cessione all’esportazione, i beni destinati ad essere esportati al di fuori dell’Unione devono aver lasciato il territorio dell’Unione entro un termine prestabilito di tre mesi o 90 giorni successivi alla data di cessione (consegna), qualora il semplice superamento di tale termine abbia la conseguenza di privare definitivamente il soggetto passivo dell’esenzione riguardo a tale cessione.”