Cassazione: elusivo il conferimento di azienda seguito dalla cessione delle partecipazioni 

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Una recente sentenza della Cassazione (n. 8542 del 29.04.2016) affronta nuovamente la questione del trattamento del conferimento di azienda seguito dalla successiva cessione della partecipazione, affermando che l’operazione va qualificata ai fini delle imposte d’atto (registro) come trasferimento d’azienda in base al disposto dell’art. 20 DPR 131/1986.

 

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La sentenza esamina un’operazione cosiddetta di share deal consistente nel conferimento d’ azienda a cui fa seguito la cessione delle partecipazioni nella società conferitaria. Come noto, tali operazioni risultano fiscalmente convenienti in quanto, ai fini delle imposte dirette, ai sensi dell’art. 176 Tuir il conferimento d’azienda può essere realizzato in neutralità d’imposta e la successiva cessione delle partecipazioni può beneficiare del regime Pex.  Inoltre tali operazioni sono pienamente legittime nel nostro ordinamento in base al comma 3 dello stesso art. 176 del Tuir che contiene un riferimento espresso alla disapplicazione delle norma antielusiva di cui all’art. 37 bis DPR 600/73.

Al conferimento seguito dalla cessione delle quote si applica anche un prelievo minore nell’ambito delle imposte indirette in quanto il conferimento d’azienda è soggetto a imposta di registro in misura fissa mentre il trasferimento d’azienda soggiace ad imposta di registro in misura proporzionale (particolarmente onerosa in presenza di immobili)

Ed è proprio ai fini delle imposte indirette che tale operazione è soggetta a censura da parte dell’Agenzia delle Entrate e dalla giurisprudenza anche di legittimità (Cass. n. 15319 del 2013 e n. 5877 del 13 marzo 2014) che continuano a sostenere l’ il carattere elusivo della stessa: : è all’interno di tale orientamento, quindi, che si inserisce la sentenza in commento. 

In particolare lo stesso orientamento si fonda sull’applicazione della speciale norma antielusiva di cui all’art. 20 DPR 161/1986 secondo cui l’imposta di registro “è applicata secondo la intrinseca natura e gli effetti giuridici degli atti presentati alla registrazione, anche se non vi corrisponda il titolo o la forma apparente” in forza della quale sarebbe dunque legittimo “riqualificare come cessione di azienda la cessione totalitaria delle quote di una società, senza .. provare l’intento elusivo delle parti, attesa l’identità della funzione economica dei due contratti, consistente nel trasferimento del godimento e disposizione dell’azienda da un gruppo di soggetti a un altro gruppo o individuo.”

Occorre al riguardo rilevare come la dottrina prevalente ha fortemente criticato tale orientamento giurisprudenziale che determina un disallineamento con quanto disposto ai fini delle imposte sui redditi dall’art. 176, comma 3, tuir (non applicabilità della norma antielusiva alle operazioni di share deal). 

La tesi della suprema corte sembra oggi ancor più censurabile alla luce della nuova norma sull’abuso del diritto di cui all’art. 10bis dello Statuto del contribuente (Legge 212/2000).

Come noto, infatti, la nuova disposizione in materia di abuso del diritto ha valenza generale per tutti i tributi e prevede che “configurano abuso del diritto una o più operazioni prive di sostanza economica che, pur nel rispetto formale delle norme fiscali, realizzano essenzialmente vantaggi fiscali indebiti”; si considerano vantaggi fiscali indebiti “i benefici, anche non immediati, realizzati in contrasto con le finalità delle norme fiscali o con i principi dell’ordinamento tributario”.

Devono considerarsi operazioni prive di sostanza economica “i fatti, gli atti e i contratti, anche tra loro collegati, inidonei a produrre effetti significativi diversi dai vantaggi fiscali”, per contro, non possono in ogni caso essere ritenute abusive “le operazioni giustificate da valide ragioni extrafiscali non marginali, anche dettate da esigenze di ordine organizzativo o gestionale, che rispondono a finalità di miglioramento strutturale o funzionale dell’impresa o dell’attività professionale del contribuente”. Secondo la nuova norma generale antiabuso, quindi, il contribuente può legittimamente perseguire un risparmio di imposta, scegliendo tra regimi opzionali diversi previsti dall’ordinamento e tra operazioni da cui derivi un diverso carico fiscale.

Si osserva che le operazioni di conferimento d’azienda cui fa seguito la cessione delle partecipazioni della conferitaria rientrino nella prassi consolidata degli operatori economici; si tratta di uno “strumento”, in senso lato, spesso preferito per la circolazione dei complessi aziendali, ciò che né conferma la valenza economica nell’ambito delle semplificazioni e/o agevolazioni dei processi di aggregazione tra imprese e gruppi. Inoltre non può essere messa in discussione la validità economica di tali operazioni anche per gli effetti che le stesse producono in termini di semplificazione e continuità sul piano organizzativo e gestionale. Tali semplici osservazioni dovrebbero essere sufficienti perché, alla luce della nuova disposizione antiabuso, le operazioni in commento restino totalmente al riparo da censure non solo ai fini delle imposte dirette ma anche ai fini delle imposte indirette.  

La sentenza della Cassazione qui  commentata, tuttavia, va nella direzione opposta e rende particolarmente rischiosa la circolazione delle aziende, con lo strumento del conferimento seguito dalla cessione delle quote,  in particolare quando il complesso in oggetto comprende beni immobili. .

Si allega sentenza della Cassazione n. 8542 depositata il 29.04.2016.