Riformulato lo schema di rilevanza penale degli omessi versamenti IVA

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La Corte costituzionale ha modificato la soglia di punibilità prevista per i fatti di omesso versamento IVA commessi sino al 17 settembre 2011, allineandola a quella prevista per il più grave reato di dichiarazione infedele pari appunto a € 103.291,38. Con sentenza numero 80 del 7 aprile 2014, infatti, ha dichiarato costituzionalmente illegittimo l’art. 10-ter del d.lgs. n. 74 del 2000 nella parte in cui, con riferimento ai fatti commessi sino al 17 settembre 2011, punisce l’omesso versamento dell’IVA dovuta in base alla relativa dichiarazione annuale, per importi non superiori, per ciascun periodo di imposta, ad euro 50.000,00.

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 Lo schema di punibilità penale dei reati fiscali in materia di Iva ne risulta così modificato:

 

Norma

Soglia ante 17.09.2011

Soglia post 17.09.2011

Omesso versamento IVA

Art. 10 ter D Lgs 74/2000

103.291,38*

50.000,00

Dichiarazione infedele

Art. 4 D Lgs 74/2000

 103.291,38

50.000,00

Omessa o fraudolenta dichiarazione

Art. 5 D Lgs 74/2000

77.000,00

30.000,00

*come modificata da Corte Costituzionale a seguito incostituzionalità norma art. 10 ter DLgls 74/2000

Con la sentenza in commento la Corte Costituzionale è intervenuta a correggere le iniquità della disciplina penale sugli omessi versamenti Iva, di cui all’articolo 10-ter del decreto 74/2000, che prevedeva una soglia di punibilità inferiore a quelle stabilite per la dichiarazione infedele e l’omessa dichiarazione dagli articoli 4 e 5 del medesimo decreto legislativo, prima delle modifiche apportate dal D.lgs n. 138 del 2011 (rispettivamente, euro 103.291,38 ed euro 77.468,53).

Come noto, la norma di cui all’art. 10-ter del D.lgs. n. 74 del 2000 punisce il reato di omesso versamento di IVA e mira a colpire i fenomeni di evasione che si realizzino nella fase successiva a quella di determinazione della base imponibile. Tale norma, che protegge l’interesse del fisco alla riscossione dell’imposta così come “autoliquidata” dallo stesso contribuente, stabilisce che “la disposizione di cui all’articolo 10-bis si applica, nei limiti ivi previsti, anche a chiunque non versa l’imposta sul valore aggiunto, dovuta in base alla dichiarazione annuale, entro il termine per il versamento dell’acconto relativo al periodo di imposta successivo”. Presupposto per la sua applicazione è che il soggetto di imposta abbia presentato la dichiarazione annuale ai fini dell’IVA, dalla quale risulti un saldo debitorio superiore a 50.000 euro, senza che sia seguito il pagamento, entro il termine previsto, della somma ivi indicata come dovuta. Il richiamo all’art. 10-bis dello stesso D.lgs. n. 74 del 2000, oltre ad individuare il trattamento sanzionatorio (reclusione da sei mesi a due anni), vale ad estendere alla violazione in esame la soglia quantitativa di punibilità stabilita dalla disposizione richiamata per l’omesso versamento di ritenute. L’omesso versamento dell’IVA di cui all’art. 10-ter costituisce, di conseguenza, reato solo se di “ammontare superiore a 50.000 euro per ciascun periodo di imposta”.

Come rilevato dalla Corte, emerge allora un evidente difetto di coordinamento tra la soglia di punibilità inerente al delitto in questione e quelle relative ai delitti in materia di dichiarazione di cui all’art. 4 (dichiarazione infedele) e all’art. 5 (omessa dichiarazione) del D. Lgs. 74/2000. L’art. 5, ad esempio, in tema di omessa dichiarazione, richiedeva (fino all’intervento legislativo del 2011) per la punibilità della omessa dichiarazione che l’imposta evasa fosse superiore, con riferimento a taluna delle singole imposte, ad euro 77.468,53. Ciò comportava l’illogica conseguenza che, per un’IVA situata tra i 50.000 e i 77.468,53 euro, veniva trattato in modo deteriore chi avesse presentato regolarmente la dichiarazione IVA, senza versare l’imposta dovuta in base ad essa, rispetto a chi non avesse presentato la dichiarazione.

Proprio per far venir meno tale discrasia, nel 2011 il legislatore, con il citato D.L. 13 agosto 2011, n. 138 convertito, con modificazioni, dalla L. 14 settembre 2011, n. 148, è intervenuto riducendo la soglia di punibilità della omessa dichiarazione da 50.000 euro a 30.000 portandola, dunque, ad un importo inferiore rispetto a quello della soglia di punibilità dell’omesso versamento dell’IVA, rimasta inalterata. Tali modifiche, in virtù del principio del favor rei risultano applicabili ai soli fatti successivi alla data di entrata in vigore della relativa legge di conversione 17 settembre 2011. Il problema si pone, pertanto, per i fatti commessi prima di tale data.

Al fine di rimuovere la riscontrata violazione del principio di eguaglianza la Corte Costituzionale ha allineato la soglia di punibilità dell’omesso versamento dell’IVA, quanto ai fatti commessi sino al 17 settembre 2011, alla più alta fra le soglie di punibilità delle violazioni in rapporto alle quali si manifesta l’irragionevole disparità di trattamento: quella, cioè, della dichiarazione infedele (euro 103.291,38). 

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